Materie prime critiche e sicurezza geo-economica: il ruolo dell’Europa e dell’Italia nello spazio transatlantico

di Chiara Boldrini

L’accesso alle materie prime critiche non rappresenta solo una risorsa economica o commerciale, ma anzi è a tutti gli effetti una forma di potere geo-economico e strategico. Partendo da questo assunto, la Cina ha costruito nel tempo un primato che possiamo definire quasi strutturale, consolidato attraverso decenni di investimenti, prestiti e presenza diplomatica, particolarmente evidente in America Latina, regione che concentra riserve strategiche di litio, terre rare e rame difficilmente sostituibili.

Negli ultimi anni, l’Unione Europea si è attivata con strumenti come il Critical Raw Materials Act e l’accordo con il Mercosur, per costruire un’alternativa alla proiezione cinese. Tuttavia, una strategia credibile implica la capacità di coniugare gli interessi economici con i propri principi e valori, quali rispetto dei diritti umani, stato di diritto, sostenibilità, senza che questi diventino un ostacolo, ma siano piuttosto un elemento distintivo dell’offerta europea. In questo contesto, l’Italia occupa una posizione privilegiata. Le relazioni diplomatiche consolidate con numerosi paesi produttori in America Latina rappresentano infatti un patrimonio che può essere valorizzato in due modi distinti: andando a impiegarlo per perseguire interessi nazionali di breve periodo, oppure integrandolo in una strategia europea e transatlantica di sicurezza economica più ampia.

La differenza fra le due non è secondaria, poiché non si tratta solo di gestire interessi, ma di scegliere se contribuire attivamente alla costruzione di un’architettura strategica condivisa per l’Europa e lo spazio atlantico, in grado di rispondere con coerenza e visione alle sfide di un mondo in cui le materie prime sono diventate terreno della competizione tra grandi potenze.

Critical raw materials periodic table

Le materie prime e la questione della sicurezza economica

L’Unione Europea definisce materie prime critiche, o CRM (Critical Raw Materials), i metalli, minerali e materiali naturali che sono fondamentali dal punto di vista economico e che presentano un elevato rischio in termini di approvvigionamento. 

Le CRM sono ad oggi essenziali non solo per la transizione energetica, ma anche per settori strategici quali le tecnologie digitali e l’industria della difesa, diventando così un pilastro nel quadro di sicurezza energetica ed economica. In questo quadro, emerge una vulnerabilità da parte dei Paesi occidentali rispetto alla Cina, la quale controlla la maggior parte della raffinazione delle materie prime, rendendo l’industria occidentale dipendente nelle fasi di ‘processing’. Alla luce di ciò, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno incanalato i loro sforzi per far fronte alla competizione cinese. L’Inflation Reduction Act (IRA) varato dal presidente Joe Biden, ora in fase di revisione con la seconda amministrazione di Donald Trump, era strettamente legato alla competizione con Pechino, al fine di rivitalizzare il settore manifatturiero statunitense e incentivare la transizione energetica del paese. La risposta europea invece c’è stata con il Critical Raw Materials Act, presentato dalla Commissione Europea nel 2023.  L’UE punta a garantire che entro il 2030 almeno il 10% dell’estrazione e il 40% della raffinazione avvengano all’interno del continente. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre le dipendenze strategiche dell’Unione garantendo un accesso sicuro, sostenibile e diversificato alle materie prime critiche necessarie per la transizione verde e digitale.

Nel contesto transatlantico, emerge con chiarezza che la dipendenza dalla Cina nelle materie critiche pone diverse sfide strategiche tanto per gli Stati Uniti quanto per l’Unione Europea, poiché entrambi dipendenti rispetto alle tecnologie, per le energie rinnovabili e le capacità difensive. Tuttavia, il coordinamento transatlantico per rispondere a questa vulnerabilità condivisa rimane limitato e spesso competitivo. Gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Biden avevano puntato su una politica industriale aggressiva fondata su “reshoring” e “friend-shoring”, con il ritorno di Trump invece hanno visto una riduzione della loro capacità di influenza economica, cedendo terreno alla Cina e evidenziando i limiti di una strategia statunitense spesso reattiva e discontinua. L’Unione Europea ha invece privilegiato la diversificazione degli approvvigionamenti, le partnership con Paesi produttori terzi e un quadro normativo orientato alla sostenibilità. 

Il risultato è uno scenario in cui le due sponde dell’Atlantico condividono una crescente preoccupazione per le proprie dipendenze, ma divergono sulla modalità in cui affrontare questa sfida comune, rendendo il coordinamento multilaterale più difficile proprio nel momento in cui sarebbe più necessario.

L’America Latina come spazio strategico della competizione

È proprio in questo quadro che l’America Latina è emersa come area critica e come attore fondamentale. Ad esempio, il cosiddetto Triangolo del Litio, composto da Argentina, Bolivia e Cile, contiene almeno il 50% delle riserve di litio identificate a livello globale; il Brasile, poi, è il secondo Paese al mondo per riserve di terre rare dopo la Cina; ed infine il Perù è il secondo esportatore mondiale di rame. Come si può intuire, la regione è quindi diventata terreno di competizione tra i tre attori.

La Cina può vantare una presenza storica. Già dal XVI secolo, la Manila Galleon trade route (rotta istituita dai colonizzatori spagnoli, al fine di collegare le Filippine al Messico), facilitò lo scambio di porcellana, seta e spezie tra Cina e Messico e      dagli anni Quaranta dell’Ottocento, centinaia di migliaia di immigrati cinesi venivano inviati a lavorare come coolies a Cuba e in Perù, spesso nelle piantagioni di canna da zucchero o nelle miniere d’argento. Per oltre un secolo i legami rimasero principalmente migratori, fino a quando, nel 1972, la maggior parte dei Paesi latinoamericani riconobbe il governo comunista di Mao Zedong dopo il viaggio del presidente Nixon in Cina.  La cooperazione tecnologica iniziò timidamente nel 1984, quando la Cina firmò una serie di accordi con il Brasile per la ricerca satellitare. Infine, la svolta decisiva arrivò nei primi anni 2000, con l'ingresso della Cina nel WTO. Ad oggi, Pechino vanta una presenza consolidata nella raffinazione, affiancata da investimenti consolidati in miniere, infrastrutture e integrazione verticale della filiera. Questo modello segue la prassi dell’estrazione nei Paesi produttori, mentre la trasformazione industriale è svolta altrove, senza quindi un impegno per creare valore aggiunto.

Gli Stati Uniti, invece, sotto l’amministrazione Trump, nonostante il distanziamento dalle precedenti politiche, hanno investito oltre un miliardo di dollari per acquisire partecipazioni in società minerarie a livello globale, con attenzione specifica al Brasile e all'Argentina, attraverso prestiti, quote azionarie e accordi di fornitura strutturati. Sul versante diplomatico, il 4 febbraio 2026, in occasione dell’incontro ministeriale sui Critical Minerals organizzato a Washington, gli Stati Uniti hanno siglato undici nuovi accordi bilaterali o memorandum d’intesa sulle materie prime critiche, includendo tra i paesi latinoamericani Argentina, Ecuador, Paraguay e Perù. A novembre 2025, poi la Casa Bianca ha annunciato diverse strutture e quadri di riferimento commerciali con Argentina, Ecuador, El Salvador e Guatemala, volti a rafforzare il coordinamento su priorità di sicurezza economica e nazionale. L’obiettivo dichiarato è costruire delle filiere “amiche” e ridurre quindi la dipendenza strategica da Pechino, in linea con quella che l'amministrazione Trump ha definito, riecheggiando la dottrina Monroe, come “Donroe Doctrine”.

L'Unione Europea invece, si presenta con un’offerta qualitativamente diversa rispetto a quella cinese e americana, fondata su standard ESG (Environmental, Social, and Governance) trasferimento tecnologico e sviluppo industriale locale. L’approccio europeo ambisce a costruire partnership di lungo periodo con i paesi produttori, una proposta che, almeno in linea teorica, potrebbe risultare più attraente per governi sensibili alla questione della sovranità sulle proprie risorse naturali. Tuttavia, questa proposta fatica a tradursi in azioni concrete e tempestive in quanto, rispetto all’influenza cinese, che è sia storica che strutturale nella regione, e all’attivismo bilaterale americano, l’UE ha accusato un ritardo significativo, frenata dalla sua stessa architettura istituzionale.

Ad oggi, il principale strumento disponibile è l’accordo UE-Mercosur, il cui partenariato è stato firmato lo scorso 17 gennaio 2026 ad Asunción, dopo 26 anni di negoziati. L’accordo riguarda principalmente il settore agro-alimentare, ma possiede anche un grande valore strategico sul fronte delle materie prime critiche. Nello specifico, questo valore interessa soprattutto i rapporti con Argentina e Brasile      che, come anticipato, dispongono di risorse minerarie fondamentali per la transizione energetica e digitale europea. L’accordo prevede un abbassamento dei dazi su materie prime critiche e prodotti derivati, incentivando le esportazioni del Mercosur verso l’UE e garantendo approvvigionamenti più sicuri. Secondo questa logica, l’accordo UE-Mercosur diventa quindi uno strumento di riallineamento geoeconomico, volto a rafforzare il posizionamento europeo in un contesto caratterizzato da crescente competizione tra modelli economici e dal ritorno del protezionismo come leva di politica industriale.

Tuttavia, l’ambizione dell’UE è frenata da evidenti limiti strutturali. Il 21 gennaio 2026 il Parlamento europeo ha approvato, per soli dieci voti, il rinvio dell’accordo alla Corte di giustizia dell’UE per valutarne la conformità ai Trattati, congelando di fatto la ratifica e aprendo una fase di stallo. Questo ritardo rappresenta un grande costo, che si è già accumulato tra il 2021 e il 2025 con circa 183 miliardi di euro in mancate esportazioni e 291 miliardi di euro di PIL. Oltre al punto di vista economico e finanziario,  ne sussiste poi anche uno di natura politica, che lascia in vantaggio la proposta cinese. Resta quindi aperta la domanda se l’Europa sia in grado di offrire un'alternativa realmente competitiva in America Latina. Se le imprese europee non riusciranno a espandere la propria presenza nel Mercosur nei prossimi anni, i concorrenti, in particolare la Cina, avranno il tempo per consolidare le proprie posizioni di mercato e i legami della catena di approvvigionamento nella regione. La lentezza decisionale e la frammentazione tra Stati membri rischiano dunque di vanificare proprio quell’offerta che costituisce il principale vantaggio competitivo europeo.

Il ruolo dell’Italia in una strategia europea globale

Negli ultimi anni, l’Italia sta notevolmente allargando la sua rete di accordi con i paesi dell’America Latina. In questo contesto rientra il Piano di Azione Italia-Argentina 2025-2030, siglato nell’ambito dell’incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente Javier Milei. Il Piano promuove la cooperazione in settori chiave per lo sviluppo minerario e nel campo del GNL, con un gruppo di lavoro incaricato di valutare possibili collaborazioni nell'estrazione, lavorazione, trasformazione, riciclo e aggiunta di valore di materie prime critiche e strategiche, e l'impegno italiano ad aprire un centro tecnologico a Neuquén per la formazione di operai specializzati nel settore energetico e minerario. Sul fronte energetico, ENI e la principale società energetica argentina YPF hanno siglato un accordo relativo al progetto Argentina LNG, che prevede lo sviluppo delle risorse del giacimento di Vaca Muerta attraverso unità galleggianti, per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di GNL all'anno.

Questa traiettoria configura un modello italiano potenzialmente rilevante, che non coinvolge la sola estrazione di risorse, ma si colloca come un partenariato industriale integrato in grado di combinare la capacità operativa di ENI con il trasferimento tecnologico e lo sviluppo locale. 

Se il fulcro di questa connessione, e quindi dell’analisi, si ritrova nel contesto latino-americano, la proiezione italiana non si esaurisce in questa unica direzione geografica. Un’altra importante risorsa è data dal Piano Mattei per l’Africa, il quale allarga ulteriormente il ruolo dell’Italia a livello intercontinentale e che è in realtà strettamente connesso al tema delle materie prime critiche e alla sicurezza geo-economica. Avviato nel 2023 con una dotazione di 5,5 miliardi di euro, il Piano rappresenta per l’Italia una leva geopolitica utile a consolidare nuove alleanze in direzione del Global South. Nella prima fase, il Piano si è declinato attraverso progetti pilota in nove Paesi, quattro del Nord Africa (Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria) e cinque dell'Africa subsahariana (Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo, Costa d'Avorio), con azioni concrete lungo sei settori di intervento: sanità, istruzione, agricoltura, acqua, energia e infrastrutture. Nel 2025, la visione si è ulteriormente ampliata, e il 20 giugno 2025 si è tenuto il vertice “The Mattei Plan for Africa and the Global Gateway”, co-presieduto da Giorgia Meloni e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al termine del quale sono stati sottoscritti accordi per un valore complessivo di circa 1,2 miliardi di euro.

La capacità italiana di porsi come interlocutore privilegiato in sede europea è dunque cresciuta, con il Piano Mattei che ambisce a inserirsi in una più ampia cornice multilaterale, in sinergia con il Global Gateway europeo e il PGII americano, per massimizzare gli sforzi dei partner “like-minded” e aumentare la rilevanza dell'iniziativa italiana a livello continentale. In questa prospettiva l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di ponte tra tre spazi strategici: l'Europa, il Mediterraneo/Africa e i paesi produttori del Sud globale, andando così a connettere la dimensione europea della gestione delle materie prime con quella (trans)atlantica.

Tuttavia, i limiti sono significativi e non possono essere sottovalutati. Sul piano delle risorse, alcuni osservatori hanno evidenziato che i 5,5 miliardi di euro annunciati nel quadro del Piano Mattei deriverebbero in larga parte da fondi già esistenti, senza rappresentare un incremento reale delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo. La cifra rimane anche limitata rispetto alle necessità e alla grandezza del continente. Inoltre, l’assenza di un budget autonomo e la concentrazione della governance presso la Presidenza del Consiglio potrebbero limitarne l’efficacia e la trasparenza gestionale. Sul piano strategico, diversi studi e analisi, come quelle dell’Osservatorio CPI (Osservatorio Conti Pubblici dell’ Università Cattolica) e del SWP (Stiftung Wissenschaft und Politik) hanno evidenziato che la strategia sembra legare ulteriormente l'Italia alla dipendenza dai combustibili fossili anziché produrre dinamiche di sviluppo nei paesi destinatari del Piano, configurandosi più come una strategia commerciale focalizzata sull'acquisizione di risorse energetiche che come un progetto di sviluppo strutturale. Inoltre, sul fronte specifico delle materie prime critiche, il Piano Mattei non prevede ad oggi alcun progetto sull’economia circolare o sul riciclo dei RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche e elettroniche) nonostante, secondo il gruppo IREN, il potenziale del Nord Africa ammontasse a 1,5 milioni di tonnellate annue, con un contenuto di materie prime critiche stimato in 2,5 miliardi di euro. Infine, sul piano della coerenza programmatica, il Piano può risultare troppo eterogeneo o poco specifico nei progetti concreti rispetto alle aspettative delle istituzioni africane, con il rischio di non coinvolgere adeguatamente i partner locali nella definizione dei progetti e di apparire un’iniziativa top-down piuttosto che una vera co-progettazione.

Il nodo analitico rimane quindi aperto.

Da un lato, la Cina ha investito risorse e consolidato le sue strutture, proponendo un modello basato su un approccio “senza condizioni”, trascurando garanzie politiche e sul rispetto dei diritti umani. L’UE, pur essendo sulla carta un partner alternativo, manca di un’infrastruttura sulla quale investire, come nel caso della Cina. Deve quindi far leva su altri aspetti per esercitare la propria influenza, proponendo una formula diversa e credibile, basata sul win-win e su una regolarizzazione del settore, oltre a trasferire maggiori risorse economiche e capacità per consolidare il suo approccio. L’Italia ha le condizioni per svolgere un ruolo di ponte tra la strategia europea sulle materie prime critiche e i paesi produttori del Sud globale. 

Ma per far sì che questo potenziale si traduca in influenza reale, è necessario affrontare almeno tre ordini di problemi. Il primo è sicuramente quello delle risorse: senza un incremento netto dei finanziamenti disponibili, e non una mera redistribuzione di fondi preesistenti, né il Piano Mattei né le iniziative bilaterali in America Latina potranno competere con gli investimenti cinesi o con l’attivismo bilaterale degli Stati Uniti. Il secondo è quello di mantenere una coerenza strategica, in quanto le iniziative italiane, tanto in Africa quanto in America Latina, devono essere ricondotte a una cornice programmatica organica, coordinata con il Critical Raw Materials Act europeo e con il Global Gateway, evitando la frammentazione tra logiche nazionali di breve periodo e ambizioni multilaterali di lungo respiro. Il terzo problema, forse il più delicato, è quello della legittimità e credibilità. Perché l’offerta europea risulti davvero attraente per i Paesi produttori, essa deve distinguersi non soltanto sul piano retorico ma anche attraverso pratiche concrete di co-progettazione, condivisione del valore aggiunto e rispetto della sovranità sulle risorse naturali. In queste condizioni, l’Italia può aspirare a occupare uno spazio strategico originale nell'architettura globale della sicurezza economica, capace di connettere le dimensioni europea, mediterraneo-africana e transatlantica che oggi definiscono la competizione delle materie prime critiche. 

Riferimenti

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