La periferia scientifica d’Europa: il nodo irrisolto dei Balcani occidentali

Come guerre, mobilità accademica e politiche di ricerca hanno marginalizzato gli atenei balcanici

di Martina Berna Nasca

L'attuale scenario di stallo politico nei Balcani Occidentali non influenza solo le dinamiche occupazionali, ma si insinua fin dentro le aule universitarie, cristallizzando la "marginalizzazione accademica" della penisola.

Un'analisi politico-istituzionale della letteratura esistente e l'esame dei dati relativi alla mobilità e ai finanziamenti europei (Horizon Europe, Erasmus+) rivelano alcune dinamiche di produzione e circolazione della conoscenza accademica nella regione.Come insegna la prospettiva strutturalista, le periferie sono modellate dalle dinamiche dei centri egemoni; le criticità di un sistema non derivano quindi solo da inefficienze endogene, ma anche da strutture esterne che influenzano la cooperazione scientifica transnazionale. In dettaglio, l'indagine si concentra sui fenomeni endemici nell'area, quali le asimmetrie linguistiche, la fuga di cervelli  e l'inadeguato supporto amministrativo nell'accesso ai fondi europei; fattori che consolidano lo status di "periferia scientifica" della regione rispetto alla vicina Unione Europea.

Su queste fratture pesa anche il predominio dell’inglese, che riduce la visibilità della produzione accademica autoctona. A questo si somma un drammatico spopolamento intellettuale, affine a quello già documentato in altri contesti dell'Europa meridionale. La fuga dei cervelli (brain drain), pur favorendo le traiettorie professionali dei singoli ricercatori, impoverisce inesorabilmente le infrastrutture di ricerca balcaniche.

Infine, l'accesso ai finanziamenti rappresenta un ulteriore nodo critico: sebbene i programmi europei mirino all'inclusività, i fondi tendono a concentrarsi in istituzioni (prevalentemente dell'Europa occidentale) già dotate di solide capacità amministrative, limitando la partecipazione effettiva degli atenei balcanici.

Lo stallo dell’allargamento europeo e l’isolamento accademico si alimentano così in una spirale involutiva che opprime lo sviluppo regionale. Spezzarla richiede l'abbandono di approcci assistenzialisti o di reclutamento selettivo a favore di partenariati paritari, capaci di trasformare la fuga dei cervelli in un mutuo arricchimento fondato sulla circolazione della conoscenza e sulla valorizzazione della produzione accademica locale.

Come ricordava il Premio Nobel jugoslavo Ivo Andrić: «Di tutto ciò che l'uomo costruisce ed erige, nulla è più prezioso dei ponti». Solo ricostruendo questi ponti accademici sarà possibile restituire ai Balcani la centralità che meritano nello spazio scientifico europeo.

La scienza ha un centro e (molte) periferie

Periferia: termine che si riferisce a quelle aree geografiche di contorno , disallineate con il centro e che includono nella definizione le parti più estreme e marginali di una zona più o meno ampia.

Anche nello spettro accademico e nell'ambiente della produzione letteraria è possibile delineare una periferia, riferendosi a quelle comunità accademiche con minore visibilità, influenza e disponibilità di risorse rispetto ai poli scientifici dominanti (“centri”). Tuttavia, a differenza della geografia fisica, in campo di ricerca l’allineamento con il centro può essere raggiunto. Non si tratta infatti di uno spazio fisico limitato: al contrario, la conoscenza è per sua natura favorevole a un'espansione continua. 

È proprio su questa frattura tra potenziale teorico e realtà che si innesta la seguente analisi, focalizzata sulla regione dei Balcani occidentali. A partire dalla dissoluzione della Jugoslavia e dalle guerre degli anni Novanta, le violente trasformazioni politiche non hanno ridisegnato solo i confini statali, ma hanno colpito le istituzioni universitarie locali.

Emerge quindi una delle domande centrali di questa indagine: in che modo le trasformazioni politiche e istituzionali della regione dei Balcani hanno influenzato la capacità delle università balcaniche di produrre e far circolare conoscenza a livello europeo, e come ciò influenza ancora oggi il panorama accademico della regione?

La frattura balcanica

Il panorama post-conflitto dimostra come le dispute territoriali si siano tradotte in un drastico isolamento accademico, alimentato dalla dispersione delle risorse, dalla polarizzazione etnica e dall'interruzione di molte reti di cooperazione. Un esempio significativo e tangibile di questa lacerazione è rappresentato dall’Università di Sarajevo, spaccata dalle conseguenze politiche in due entità distinte (la University of Sarajevo e la University of East Sarajevo) [1], il simbolo di una ferita che ancora oggi frena lo sviluppo scientifico dell'intera regione. Appare infatti evidente che un ateneo diviso in termini di capacità istituzionale, personale e investimenti difficilmente può mantenere gli stessi livelli di produzione scientifica.

Ciò che caratterizza un ecosistema scientificamente periferico, a differenza dei poli più consolidati, è l'assenza di una critical mass: la comunità scientifica è numericamente troppo limitata rispetto alla varietà dei campi disciplinari presenti. Di conseguenza, mancano all'appello ricercatori qualificati per sostenere in modo indipendente processi fondamentali come la peer review. Questo fenomeno, latente, si è trasformato in un fenomeno diffuso e allarmante con la dissoluzione della Jugoslavia e la conseguente "balcanizzazione" - intesa anche in senso strettamente accademico - delle istituzioni universitarie.

Prima delle guerre jugoslave, Serbia, Croazia e Slovenia appartenevano al gruppo delle cosiddette “grandi repubbliche” in termini di produttività scientifica. Negli anni Settanta occupavano le posizioni di vertice per numero di pubblicazioni e, negli anni Ottanta, la Serbia assunse la posizione dominante, seguita da Croazia e Slovenia [2]; così che nel 1990 la produzione scientifica serba risultava circa 1,5 volte superiore a quella croata e doppia rispetto a quella slovena [3].

La cooperazione tra i ricercatori delle università delle diverse repubbliche jugoslave era relativamente intensa e contribuiva in modo significativo alla produzione scientifica dell’area. Oggi, tuttavia, le perduranti tensioni politiche e la frammentazione linguistica agiscono come silo impermeabili, limitando la ricostruzione di reti di collaborazione comparabili a quelle pre-conflitto e innalzando nuove barriere alla circolazione della conoscenza.

A questo isolamento si aggiunge il paradosso dell’egemonia linguistica dell’inglese. Se da un lato l'uso dell'inglese è il prerequisito che garantisce di accedere al sistema di comunicazione internazionale e ai circuiti bibliografici globali, dall’altro lato questa dipendenza da fonti esterne rischia di divorare le realtà accademiche locali. Il risultato è un appiattimento che limita la capacità di sviluppare una produzione autonoma e autoctona e di promuovere una conoscenza realmente radicata nei contesti regionali.

Il temporaneo congelamento della produzione accademica

I dati mostrano chiaramente che la cooperazione scientifica ha subito profonde trasformazioni nel periodo successivo alle guerre jugoslave. Nel primo decennio post-conflitto (2000–2009) si osserva un parziale rafforzamento dei legami, in particolare tra Serbia e Slovenia [4]; tuttavia, il "triangolo d'oro" della cooperazione tra Serbia, Croazia e Slovenia rimane l'ombra di se stesso rispetto al periodo pre-bellico, nonostante un fisiologico aumento complessivo delle pubblicazioni, come dimostrato dalle seguenti figure:

Ivanović et al. (2016) descrivono un "cooperation triangle" tra Serbia, Croazia e Slovenia visibile nelle reti di co-pubblicazione del periodo 1970–1990.

Figura 5: Visualizzazione della rete di cooperazione prima delle guerre di Jugoslavia, normalizzata utilizzando la misura di Salton (dal 1970 al 1990) 

Figura 15: Visualizzazione della rete di cooperazione nel primo decennio successivo alle guerre jugoslave, normalizzata utilizzando la misura di Salton (dal 2000 al 2009)

x è la variabile che rappresenta il livello di cooperazione scientifica (il punteggio) tra due repubbliche specifiche tra le 3 che compongono il “Triangolo d’Oro” delle potenze. Questo valore è calcolato utilizzando la "misura di Salton" (Salton's measure). 

Salton = Pᵢⱼ / √(Pᵢ · Pⱼ)

Pᵢⱼ : Pubblicazioni congiunte tra il paese i e il paese j.

√(Pᵢ · Pⱼ) : Media geometrica della produzione totale dei due paesi.

Le disuguaglianze nella legenda servono a categorizzare l'intensità della collaborazione.

Secondo questa normalizzazione si evince che nonostante le pubblicazioni totali siano in aumento, il triangolo Serbia-Croazia-Slovenia non è forte come nel periodo pre-bellico. La struttura è in fase di "riaffioramento", confermando che la rete collaborativa non teneva il passo con la crescita volumetrica.

Fonte dati: Ivanović, D., Jovanović, M., & Fritsche, F. (2016). Analysis of scientific productivity and cooperation in the republics of former Yugoslavia before, during and after the Yugoslav wars. Scientometrics, 107, 499-519.

Parallelamente, mentre la Bosnia ed Erzegovina ha avviato una lenta ricucitura delle relazioni scientifiche, i legami tra Serbia e Kosovo risultano quasi azzerati [5], evidente spillover effect degli eventi militari del 1999 e del perdurare delle tensioni diplomatiche.

Quindici anni dopo la fine del conflitto, le repubbliche più piccole continuano a fare maggiore affidamento sulla cooperazione scientifica intra-regionale [6] e alcune reti precedenti sembrano essersi progressivamente ricostruite, anche se non è possibile stabilire con certezza se si tratti delle stesse collaborazioni o di nuove reti che hanno sostituito quelle originarie.

Appare quindi evidente come la produzione scientifica della regione sia rimasta "congelata" nel tempo a causa delle conseguenze delle guerre. Al contrario, nel resto dell’Europa occidentale, la macchina accademica ha continuato a correre ininterrottamente dagli anni Novanta ad oggi. Nei Balcani, il processo di recupero ha richiesto tempi drammaticamente più lunghi.

Ad oggi, pare che i Balcani abbiano appena e a stento reinstaurato le condizioni pre-belliche senza aver tuttavia avuto alcun margine di miglioramento e neanche di espansione o integrazione con i principali poli accademici della vicina Europa occidentale. Ciò determina uno svantaggio di partenza significativo per la ricerca universitaria nella vasta regione. Le nazioni europee più prominenti, logicamente, tendono a fare rete tra loro, prediligendo partnership con istituzioni dotate di infrastrutture del medesimo calibro, generalmente più innovative e tecnologicamente più avanzate, lasciando gli atenei balcanici ai margini di questi circuiti d'élite. Questo squilibrio alimenta dinamiche di mobilità accademica asimmetrica.

L’esodo — il bijeg — delle menti

Dalla fine dell'era di Tito e dalla dissoluzione della Jugoslavia, i Balcani occidentali assistono a un ininterrotto e massiccio esodo delle proprie menti migliori. L’emigrazione non coinvolge soltanto i profili altamente qualificati, ma assume nella regione una portata demografica più ampia, che, secondo il BIRN, sta assumendo i connotati perfino politici, ben oltre le mere promesse elettorali di intervento governativo, fino a intaccare il benessere delle famiglie e la coesione sociale [7].

Le statistiche del World Bank Group (2026) circa lo spopolamento strutturale delineano un quadro allarmante: circa un quarto dei cittadini dei Balcani Occidentali vive oggi all'estero [8]. Il fenomeno dell'emigrazione non è un relitto degli anni '90, ma è ancora molto attuale, come dimostrano i dati Eurostat, che registrano 230.000 emigranti nel solo biennio 2019-2020. I picchi più alti si registrano in Kosovo e in Bosnia ed Erzegovina, con una netta prevalenza di profili skilled [9].

A testimoniarlo è soprattutto l'esodo dei camici bianchi: infatti, il numero di certificati che Il Consiglio Nazionale dei Medici della Serbia rilascia ogni anno per medici che intendono lavorare all'estero è 800. Situazione analoga in Kosovo e Bosnia-Erzegovina, dove le associazioni nazionali dei medici segnalano che una fuga di centinaia di medici altamente qualificati che emigrano ogni anno. Spostando lo sguardo sul resto della regione, è possibile individuare dati emblematici a Zenica (Bosnia centrale), per esempio, dove un ospedale cantonale ha dichiarato che una città di oltre 100 000 abitanti è ormai sprovvista del reparto di neuropediatria, con visite rinviate sine die [10].

Tutti i dati menzionati possono inequivocabilmente parlare da sé e essere indicatori di un malessere interno profondo, tale da spingere la popolazione a cercare una "via d'uscita", un'alternativa di vita negata in patria. Si tratta di una paralisi endemica, comune a molti Stati europei, generata dal cortocircuito tra un mercato del lavoro fragile (le cause scatenanti dell’esodo includono: scarsa professionalità e disorganizzazione, condizioni lavorative logoranti, stipendi minimi) e una politica che non è in grado di garantire il benessere, se non addirittura la mera sopravvivenza, dei propri cittadini [11]. 

Le recenti fasi di apertura e integrazione europea non hanno arginato il fenomeno, al contrario, dal periodo 2009-2010 l'accesso a un mercato del lavoro più vasto e una riduzione delle barriere burocratiche hanno agito come un potente catalizzatore, svuotando i laboratori e le aule universitarie locali [12]. Dall'altra parte, i paesi dell’Unione Europea beneficiano di questa emigrazione di cittadini "istruiti", soprattutto sul versante dell'emigrazione sanitaria, che è un settore con un alto bisogno di personale mediamente anche in tutto il resto d'Europa.

L'esito finale è un macigno che si fa sentire sempre più pesante sul futuro della regione: il bijeg, la grande fuga; o, usando il termine inglese:  brain drain (fuga di cervelli), coniato originariamente negli anni Cinquanta per descrivere i flussi migratori di scienziati ed esperti altamente qualificati verso gli Stati Uniti. Il fenomeno è ben noto anche in contesti dell'Europa meridionale, come nel caso italiano, mentre nei Balcani, tuttavia, questa dinamica assume i contorni di un'urgente circostanza sistemica che, allo stato attuale, lascia presagire che nel futuro più prossimo la regione continuerà a essere più una "miniera" di capitale umano istruito da cui poter estrarre ed esportare talenti, smettendo di essere un bacino capace di trattenerli e valorizzarli.

La strada a senso unico della mobilità accademica

Prendendo in esame il caso emblematico della Croazia post-adesione all'UE, è possibile stimare che circa il 10% della popolazione croata sia emigrato nell’ultimo decennio. Tale fenomeno ha spinto, nel 2020, il Primo Ministro Andrej Plenković a definire la migrazione dai Balcani verso il "cuore ricco" dell'Europa un vero e proprio problema strutturale, che richiede di essere affrontato a livello comunitario. Questo fenomeno deve essere letto attraverso la lente del grande allargamento europeo del 2004: la libertà di movimento e il riconoscimento reciproco delle qualifiche - pur essendo conquiste fondamentali per la regione - in assenza di un riequilibrio economico hanno trasformato la mobilità verso l'ovest europeo in una strada a senso unico.

Questa dinamica ci porta a una triste consapevolezza: la diaspora dei ricercatori è il sintomo più evidente di un potenziale locale inespresso e soffocato. I talenti balcanici sono indotti a esportare altrove le proprie competenze, attratti da poli accademici occidentali che esercitano una forza centripeta. Questo processo genera una polarizzazione asimmetrica: i centri già consolidati attraggono capitale umano sempre più qualificato, accrescendosi esponenzialmente; mentre le periferie vengono private dei dividendi sociali derivanti dai propri precedenti investimenti formativi su questi stessi professionisti. Si tratta di un vero e proprio cortocircuito del capitale umano.

Nel caso dei Balcani occidentali (e le proiezioni indicano che la stessa sorte toccherà anche agli attuali paesi candidati, i cosiddetti WB6), i fattori di spinta politici ed economici, che alimentano il fenomeno, ergono una barriera invisibile per i ricercatori locali, ostacolando l'accesso paritario alle principali fonti di produzione scientifica e minando la visibilità delle loro ricerche.

A fronte di istituzioni locali impoverite, la domanda sorge spontanea: perché, a parità di competenze e dedizione, un ricercatore dovrebbe essere incentivato a rimanere in un sistema che offre salari e fondi nettamente inferiori rispetto a quelli di un paese dell'Europa occidentale?

Oltre il talento, la sfida dei capitali

Per comprendere la reale portata di questa marginalizzazione, occorre spostare il focus dalle traiettorie individuali ai capitali e alle politiche di investimento che strutturano lo spazio scientifico europeo, interrogandosi su: questi strumenti sono realmente inclusivi e paritari, o rischiano paradossalmente di ampliare il divario, premiando quasi esclusivamente istituzioni già dotate di solide capacità amministrative?

L’effetto Matthew è una teoria sociologica che suggerisce che coloro che possiedono vantaggi o risorse tendono ad accumularne ancora di più, mentre coloro che hanno meno risorse restano ulteriormente indietro [13].

Questa sembra la dinamica (fortunatamente, invertibile) a cui si assiste anche nei Balcani occidentali, osservando la distribuzione dei finanziamenti europei per la ricerca, secondo cui ricercatori e istituzioni già dotati di una certa rilevanza e reputazione tendono ad attrarre ulteriori risorse e opportunità, rafforzando progressivamente quegli apparenti processi di selezione sociale che attualmente portano alla concentrazione di risorse e talenti scientifici aumentando il proprio relativo vantaggio nel sistema accademico internazionale

Lo studio Analysis of FP participation patterns and research and innovation performance of eligible countries, che analizza la partecipazione al programma Horizon 2020  (il programma quadro dell'Unione Europea per la ricerca e l'innovazione), conferma che le risorse si concentrano fortemente nei principali poli scientifici dell’Europa occidentale: cinque paesi dell’EU-15 (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Italia) ricevono da soli circa il 60% dei finanziamenti complessivi, mentre rappresentano oltre il 64% degli investimenti europei in ricerca e innovazione. La concentrazione è ancora più marcata nei finanziamenti di eccellenza: l’85% delle sovvenzioni dell’European Research Council è assegnato a istituzioni di questi stessi paesi [14].

Al contrario, i paesi dell'EU-13, (stati membri dell’UE entrati dal 2004 in poi), pur essi rappresentando circa il 7% del PIL nominale dei paesi partecipanti, ricevono appena il 4,4% dei fondi complessivi di Horizon 2020 e coordinano solo il 5,1% dei progetti.

I Balcani occidentali (come Albania, Bosnia ed Erzegovina, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Montenegro e Serbia), non coincidono con questo gruppo, poiché includono in larga parte paesi associati o candidati e attualmente non membri dell’Unione. Tuttavia, lo studio li categorizza come low performers per accesso ai finanziamenti europei. Il caso serbo è emblematico: dall’inizio di Horizon 2020, su oltre 1.300 candidature presentate, solo 91 progetti sono stati finanziati. I dati confermano che la marginalità non riguarda solo singoli casi nazionali, ma una più ampia periferia scientifica europea.

Le dinamiche sono analoghe nello scenario dei programmi europei di mobilità accademica. Secondo un’analisi dell’OCSE sulla migrazione dai Balcani occidentali, i flussi restano fortemente sbilanciati: il programma Erasmus+ International Credit Mobility ha registrato tra il 2015 e il 2020 oltre 48 000 mobilità tra l’Unione Europea e la penisola di cui circa 30 000 studenti e membri dello staff accademico uscenti dai Balcani verso atenei dell’UE, mentre solo la metà (18 000) mobilità hanno seguito il percorso inverso [15].

Dunque, persino i programmi nati per favorire l'inclusione e lo scambio reciproco tendono così a riflettere e rafforzare un'asimmetria geografica e strutturale, riproducendo una rigida logica centro-periferia. Tuttavia, come anticipato in apertura, questa condizione non è inevitabile e, attraverso interventi adeguati, invertire la rotta è del tutto  possibile.

Conclusione

L’analisi mostra che la marginalizzazione scientifica dei Balcani occidentali nasce dall’intreccio tra inefficienze interne e asimmetrie strutturali europee. I dati sulla mobilità accademica, sull'espatrio di manodopera altamente qualificata e sulla distribuzione asimmetrica dei fondi europei restituiscono un mosaico ben più articolato.

La marginalizzazione scientifica della regione è, di fatto, il prodotto di un mix pericoloso e allarmante: risorse limitate, frammentazione linguistica - entrambi eredità dei conflitti degli anni '90 - a cui si somma una partecipazione ancora troppo marginale ai grandi programmi di ricerca continentali. Attraverso questa dinamica a senso unico verso l’esterno viene rafforzato il meccanismo secondo cui da un lato la migrazione di ricercatori altamente qualificati impoverisce i sistemi accademici periferici, e dall’altro irrobustisce i centri scientifici con una reputazione già solida, polarizzando in modo sempre più netto: l'Europa occidentale accumula capitale umano, risorse e infrastrutture d'avanguardia, mentre i Balcani assistono inermi al progressivo sgretolamento della propria massa critica scientifica, con un flusso di rientro pressoché inesistente.

Per rendere praticabile un modello di brain circulation, occorre intervenire sulle disuguaglianze strutturali che oggi segnano la produzione della conoscenza in Europa. In questo scenario, il talento non viene semplicemente perso o acquisito, ma può circolare tra sistemi accademici diversi, generando benefici condivisi [16] attraverso collaborazioni scientifiche, programmi di ricerca congiunti e il coinvolgimento delle diaspore accademiche.

Le circostanze necessarie per rendere di nuovo fertile il terreno balcanico, si trovano con modifiche alla sola radice della macchina amministrativa, finanziaria e dei meccanismi politici e decisionali: potenziando le infrastrutture locali, sbloccando le rigidità amministrative che frenano l'accesso ai fondi europei e costruendo partnership che non siano di mera subalternità. Solo così si potrà invertire la rotta che oggi relega la regione ai margini della mappa scientifica continentale. La perifericità accademica non è dettata dalla mancanza di talento, ma piuttosto l'esito di vincoli costitutivi che ne opprimono l'espressione. Ricucire questa spaccatura significa, de facto, trasformare la mobilità da irrimediabile impoverimento a rigoglioso strumento di integrazione.

In fondo, in una penisola che ha tatuate nella propria geografia e nella propria storia le cicatrici di antiche e recenti divisioni, il monito del premio Nobel jugoslavo Ivo Andrić è esemplare: «di tutto ciò che l’uomo costruisce ed erige, spinto dal suo istinto vitale, nulla è più prezioso dei ponti». E proprio dalla capacità di gettare questi ponti e unire sponde opposte - tra atenei, tra sistemi scientifici e tra generazioni di ricercatori - dipenderà non solo la rivincita intellettuale dei Balcani, ma la resistenza e la ricchezza dell'intero ambiente accademico europeo.

Riferimenti

[1]  Ivanović, D., Jovanović, M., & Fritsche, F. (2016). Analysis of scientific productivity and cooperation in the republics of former Yugoslavia before, during and after the Yugoslav wars. Scientometrics, 107(2), 499–519, https://doi.org/10.1007/s11192-016-1853-1, p. 500. Le due istituzioni secondo la divisione definita nel primo periodo post-conflitto sono tuttora operative: University of Sarajevo (http://unsa.ba) e University of East Sarajevo (http://www.ues.rs.ba).

[2] Ivi, p. 503.

[3] Ivi, p. 503: Nel 1990, i ricercatori serbi hanno pubblicato il 50% in più rispetto ai ricercatori croati e il 100% in più rispetto ai ricercatori sloveni. Nel gruppo delle "piccole" repubbliche, che comprende la Bosnia ed Erzegovina, la Macedonia del Nord, il Montenegro e la provincia del Kosovo, prima delle guerre jugoslave il ruolo di primo piano era ricoperto dalla Bosnia ed Erzegovina, seguita dalla Macedonia del Nord.

[4] Ivi, p. 509. Il triangolo Serbia-Croazia-Slovenia risulta pressoché scomparso negli anni '90; parallelamente si indebolisce anche il triangolo Serbia-Croazia-Bosnia ed Erzegovina.

[5] Ivi, pp. 511, 515. Gli autori attribuiscono l'indebolimento del legame Serbia-Kosovo ai bombardamenti NATO del 1999 e al perdurare della disputa sull'indipendenza kosovara.

[6] Ivi, pp. 504, 513. Il punteggio Ri(cs) delle repubbliche minori si mantiene superiore o prossimo a 1 in tutti i periodi analizzati, indicando una dipendenza strutturalmente più elevata dalla cooperazione intra-jugoslava rispetto alle grandi repubbliche.

[7] Judah, T. (2019, October 14). Bye-Bye, Balkans: A Region in Critical Demographic Decline. Balkan Insight.

[8] World Bank. (2026, Gennaio 22). Unlocking the Development Potential of Migration in the Western Balkans. Washington, DC: World Bank Group. Il rapporto evidenzia l'impatto strutturale del fenomeno, confermando che quasi il 25% della popolazione originaria dei Balcani Occidentali risiede attualmente all'estero.

[9] Vracic, A. (2020, Gennaio 13). Time for Policy Change on Western Balkans Emigration. Balkan Insight.

[10] Ibidem.

[11] Ienciu, N. M., & Ienciu, I.-A. (2015). Brain drain in Central and Eastern Europe: new insights on the role of public policy. Southeast European and Black Sea Studies, 15(3), https://doi.org/10.1080/14683857.2015.1050799, pag 281. La letteratura evidenzia come l’incoerenza e l'inefficienza delle politiche pubbliche, unite a fattori economici fragili, siano determinanti diretti della migrazione di forza lavoro altamente qualificata.

[12] Krosnar, K. (2004). Could joining EU club spell disaster for the new members? BMJ, 328(7435):310, https://doi.org/10.1136/bmj.328.7435.310. Analizza l’analogia strutturale nell’Europa post-allargamento su come l'apertura delle frontiere europee e il riconoscimento automatico delle qualifiche abbiano facilitato la migrazione medica.

[13] Merton, R. K. (1968). The Matthew effect in science. Science, 159(3810), 56–63. https://doi.org/10.1126/science.159.3810.56.

[14] Puukka, J. (2018). Spreading excellence & widening participation in Horizon 2020: Analysis of FP participation patterns and research and innovation performance of eligible countries. European Commission, Directorate-General for Research and Innovation, https://doi.org/10.2777/42382. Il rapporto fornisce i dati quantitativi sulla distribuzione dei fondi Horizon 2020, documentando la forte concentrazione delle sovvenzioni (incluso l'85% dei fondi ERC) nei principali poli scientifici dell'Europa occidentale a netto svantaggio dei paesi categorizzati come low performers.

[15] OECD. (2022). Labour migration in the Western Balkans: Mapping patterns, addressing challenges and reaping benefits. OECD Publishing.

[16] Tung, R. L. (2008). Brain circulation, diaspora, and international competitiveness. European Management Journal, 26(5), 298-304, https://doi.org/10.1016/j.emj.2008.03.005. Il concetto di "brain circulation" supera la dicotomia tradizionale tra fuga e acquisizione di cervelli, ponendo l'accento su un modello "win-win" in cui sia il paese di origine che quello di destinazione beneficiano della mobilità dei talenti.

Avanti
Avanti

Le relazioni italo-latinoamericane dall’immediato post-Guerra fredda a oggi