Più strategico che commerciale. Il ritorno dell’Artico

di Gianmarco Giovannetti

Ogni volta che un grande chokepoint marittimo entra in crisi, l’Artico torna al centro del dibattito come possibile scorciatoia del commercio globale. Si tratta di passaggi strategici in cui si concentra una quota rilevante del traffico mondiale. Il blocco della portacontainer Ever Given nel Canale di Suez nel 2021 e le tensioni nel Mar Rosso tra il 2023 e il 2024 hanno riattivato questa dinamica, riaprendo il dibattito su rotte alternative tra Asia ed Europa.‍ ‍

L’idea è intuitiva: distanze più brevi, minore dipendenza dai corridoi tradizionali e progressiva riduzione della copertura glaciale sembrano suggerire che le rotte polari possano diventare una valida alternativa ai grandi passaggi della globalizzazione marittima. ‍

I numeri restituiscono però una scala molto diversa. Nel 2024 il Canale di Suez ha registrato 13.213 navi in transito e 524,5 milioni di tonnellate di merci, contro le 26.434 navi e i 1.568,3 milioni di tonnellate del 2023. Nello stesso anno la Northern Sea Route (NSR) ha registrato 97 transiti, mentre il Passaggio a Nord-Ovest ne ha contati 38 completi, scesi a 35 nel 2025. La prima si sviluppa lungo la costa artica russa, tra il Mare di Barents e lo Stretto di Bering; il secondo attraversa l’arcipelago artico canadese collegando Atlantico e Pacifico. In entrambi i casi, una quota rilevante dei transiti riguarda traffico turistico, navigazione privata e spedizioni di nicchia, molto lontani dai flussi regolari di una rotta globale consolidata.‍ ‍

Il confronto non mette sullo stesso piano categorie statistiche perfettamente omogenee: il Canale di Suez misura traffico consolidato lungo una rotta globale matura, mentre NSR e Passaggio a Nord-Ovest registrano metriche differenti. Serve però a chiarire un punto più semplice: l’ordine di grandezza delle rotte artiche resta ancora lontano da quello dei grandi corridoi marittimi globali. Ed è proprio qui che il tema smette di essere soltanto logistico e diventa strategico.

Questa distinzione è importante perché nel dibattito pubblico traffico totale, transit voyages e traffico commerciale internazionale vengono spesso letti come se descrivessero lo stesso fenomeno. In realtà misurano dinamiche molto diverse. La Northern Sea Route può registrare milioni di tonnellate di traffico senza trasformarsi automaticamente in una rotta globale comparabile a Suez, perché gran parte di questi flussi resta concentrata su export energetico e traffici destinazionali. Il problema non è l’assenza di navigazione, ma la natura ancora poco diversificata dei flussi che attraversano la regione.

Il punto, quindi, non è che l’Artico non conti. È che la sua rilevanza non dipende dalla sua funzione commerciale, ma si afferma soprattutto sul piano strategico. È in questo scarto tra sviluppo commerciale e trasformazione strategica che l’Artico ha progressivamente acquisito una centralità nuova, legata al riposizionamento del fianco nord europeo e alla sicurezza delle linee di comunicazione euro-atlantiche. L’attività marittima cresce, ma resta selettiva, stagionale e fortemente legata a traffici regionali e all’export di risorse, mentre la rilevanza strategica della regione è già diventata strutturale per la sicurezza euro-atlantica.

La crescita commerciale esiste, ma viene spesso interpretata in modo errato

Tra il 2013 e il 2024 le navi entrate nell’area regolata dal Polar Code sono cresciute del 37%, mentre la distanza complessivamente percorsa è aumentata del 108%.

Preso isolatamente, questo dato sembra confermare la narrativa dell’Artico come nuova frontiera commerciale globale. Una lettura più attenta mostra, invece, come dentro questa crescita convivano attività molto diverse: rifornimenti locali, cabotaggio, trasporti legati a miniere e giacimenti, crociere, yacht privati, ricerca scientifica e solo in misura limitata traffici assimilabili a una rotta commerciale internazionale strutturata.

La NSR rappresenta il caso più evidente. Nel 2024 il traffico di transito ha raggiunto 3,07 milioni di tonnellate e 97 transiti, ma la quasi totalità di questi flussi era legata a esportazioni russe dirette verso la Cina. Questo dato va distinto dal traffico complessivo movimentato lungo la rotta. Considerando anche i flussi destinazionali legati ai terminal artici, nel 2024 il volume totale ha raggiunto 37,9 milioni di tonnellate, un massimo storico ancora fortemente trainato dall’export energetico. L’LNG ha rappresentato il 57,69% del volume complessivo, mentre il greggio il 21,37%.

La struttura dei flussi racconta di una realtà diversa da quella spesso evocata nel dibattito pubblico: la rotta continua a funzionare principalmente come corridoio logistico dell’estrazione artica russa piuttosto che come alternativa neutrale ai corridoi marittimi globali. La crescita resta oltretutto distante dagli obiettivi fissati da Mosca e ha mostrato segnali di rallentamento dopo il 2019.

Il Passaggio a Nord-Ovest presenta caratteristiche differenti, ma conferma la stessa tendenza. Tra il 2020 e il 2025 i transiti completi restano numericamente contenuti e fortemente eterogenei: una quota rilevante continua a essere assorbita da yacht privati, turismo, ricerca scientifica e spedizioni commerciali di nicchia. Dopo il picco di 41 nel 2023, il Passaggio ne ha registrati 38 completi nel 2024 e 35 nel 2025, numeri che restano molto lontani dai volumi tipici di una rotta commerciale strutturata.

Le rotte polari continuano a essere utilizzate soprattutto per traffici specifici, molto lontani dall’ordine di grandezza di corridoi consolidati come Suez.

Le rotte artiche restano strutturalmente fragili

La riduzione della copertura glaciale non produce automaticamente una rotta economicamente affidabile. Una rotta marittima globale, per essere tale, richiede prevedibilità operativa, infrastrutture logistiche, servizi assicurativi efficienti, capacità di soccorso rapido e continuità operativa.

In molte aree artiche questo ecosistema resta incompleto. Porti limitati, rifornimento discontinuo e copertura assicurativa più costosa aumentano i costi operativi. A questo si aggiungono copertura delle comunicazioni ancora limitata e tempi di intervento lunghi, che continuano a frenare la competitività delle rotte polari. Se da un lato la minore copertura glaciale riduce alcuni vincoli fisici, questa non sostituisce decenni di esperienza e infrastrutture realizzate lungo i corridoi tradizionali.

Il Polar Code, entrato in vigore nel 2017, è nato proprio per rispondere a questo contesto operativo ad alta complessità. Le navi che operano in ambiente polare devono affrontare condizioni meteorologiche estreme, cartografia incompleta, sistemi di comunicazione limitati, scarsità di ausili alla navigazione e grandi distanze dai centri di soccorso. A questi vincoli si aggiungono costi elevati: navi ice-class progettate per operare in presenza di ghiaccio, equipaggi specializzati, assicurazioni più onerose, formazione dedicata e, nel caso della NSR, spesso anche il costo dell’assistenza rompighiaccio.

Persistono anche limiti infrastrutturali significativi. Lungo la NSR la copertura dei sistemi di comunicazione resta incompleta, soprattutto nelle sezioni orientali, mentre in caso di incidente i tempi di risposta possono diventare particolarmente lunghi. In aggiunta, nel Passaggio a Nord-Ovest la riduzione dei ghiacci non ha eliminato i choke points di ghiaccio pluriennale, che continuano a ridurre la finestra utile di navigazione in diversi segmenti della rotta. ‍

Il limite fondamentale è che le rotte artiche competono oggi con corridoi che non offrono soltanto distanze più brevi o più lunghe, ma ecosistemi logistici completi: porti integrati, assicurazioni consolidate, supply chains prevedibili, capacità di risposta rapida e traffici costanti durante tutto l’anno. Il problema, in altre parole, non è la distanza: è che le rotte artiche non offrono ancora la prevedibilità di cui vive il commercio globale.

Il vero cambiamento è strategico

Sul piano commerciale i limiti restano evidenti. Sul piano strategico, invece, il cambiamento è già in corso.

L’aumento dell’accessibilità della regione si intreccia con nuove vulnerabilità infrastrutturali e con una crescente competizione strategica. Questo spazio assume valore non solo per ciò che potrebbe attraversarlo in futuro, ma per ciò che già oggi collega: linee di comunicazione transatlantiche, infrastrutture energetiche offshore, cavi sottomarini, capacità di sorveglianza e mobilità militare.

Il fianco nord non può più essere letto separatamente dal Nord Atlantico e dal Baltico. Le linee marittime che collegano Nord America ed Europa restano essenziali per il rafforzamento del continente in caso di crisi, mentre la crescente attenzione verso le infrastrutture critiche sottomarine riflette una vulnerabilità che riguarda l’intero spazio euro-atlantico.

In questo contesto si inserisce anche il comportamento di Russia e Cina. Mosca continua a considerare il Grande Nord una componente essenziale della propria proiezione verso il Nord Atlantico, mentre la cooperazione sino-russa nella regione è cresciuta progressivamente. Questi sviluppi aiutano a spiegare il ritorno strategico dell’Artico senza trasformare la Russia nel centro dell’analisi. La competizione non riguarda più soltanto chi riesce a transitare, ma anche chi può condizionare accesso, infrastrutture e tempi di risposta. Per la Russia, il valore della regione sta nel controllo operativo delle rotte e nella capacità di sostenere la navigazione con infrastrutture dedicate; per la Cina, invece, l’Artico rappresenta un moltiplicatore di accesso a risorse, linee di comunicazione e opzioni logistiche.

Questa dinamica si riflette soprattutto nelle infrastrutture critiche: sorveglianza, resilienza delle reti e capacità di operare in ambienti estremi diventano il vero oggetto della competizione, più ancora del transito in sé. È qui che l’Artico entra nella postura euro-atlantica, non come rotta da sfruttare in futuro, ma come spazio da monitorare, proteggere e, se necessario, negare all’avversario.

Al contempo, l’adattamento occidentale è già visibile. Con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO, sette degli otto Stati artici appartengono oggi all’Alleanza. Nel 2025 la responsabilità geografica di Joint Force Command Norfolk è stata estesa anche ai due nuovi membri nordici, mentre la NATO ha rafforzato il focus sulla protezione delle infrastrutture critiche sottomarine e nel 2026 ha lanciato Arctic Sentry come nuova attività multidominio nel Grande Nord.

L’Artico sta quindi diventando sempre meno una questione commerciale e sempre più una questione di deterrenza, resilienza infrastrutturale e sicurezza euro-atlantica.

Perché conta per Europa e Italia

‍Per l’Europa, il punto non è capire se l’Artico sostituirà il Canale di Suez, ma riconoscere che la geografia della sicurezza marittima europea sta diventando sempre più integrata.

‍Le tensioni nel Mar Rosso hanno mostrato la vulnerabilità dei grandi chokepointcommerciali. Gli episodi di danneggiamento alle infrastrutture sottomarine nel Baltico tra il 2022 e il 2024, che hanno coinvolto gasdotti e cavi di telecomunicazione, hanno evidenziato la vulnerabilità delle reti su cui si regge la connettività europea. Il ritorno della competizione nel Grande Nord sta aumentando il valore strategicodellelinee di comunicazione che collegano Nord America ed Europa. Artico, Baltico, Nord Atlantico e Mediterraneo appartengono sempre meno a teatri separati e sempre più allo stesso ecosistema strategico. ‍

La regione entra in questa trasformazione non tanto come alternativa commerciale al Mediterraneo, ma come estensione settentrionale di una competizione che riguarda accesso marittimo, resilienza infrastrutturale e continuità logistica dell’intero spazio euro-atlantico.

‍Per l’Italia il rischio è leggere male questa trasformazione in due modi opposti: considerare l’Artico un teatro marginale oppure leggerlo come una nuova opportunità commerciale imminente. Il contributo più credibile passa da capacità già esistenti, come cantieristica navale, sistemi underwater, osservazione satellitare, competenze idrografiche e sicurezza delle infrastrutture critiche che collegano Mediterraneo, Nord Atlantico e Nord Europa. La strategia artica italiana del 2026 si conforma con questi sforzi, richiamando shipbuilding, tecnologie dual use e capacità spaziali come settori in cui Roma può ritagliarsi un ruolo concreto.

‍Questa evoluzione riflette un cambiamento più ampio. Per anni il dibattito sull’Artico si è concentrato soprattutto sulle sue promesse commerciali, spesso anticipando trasformazioni che i dati continuano a ridimensionare.

‍I traffici crescono, ma restano selettivi, stagionali e ancora troppo frammentati per trasformare le rotte polari in una vera alternativa ai grandi corridoi marittimi globali.

‍Sul piano strategico, al contrario, il cambiamento procede più rapidamente: la regione sta tornando centrale perché collega linee di comunicazione transatlantiche, infrastrutture critiche e competizione militare in uno spazio sempre più integrato.

L’Artico sta diventando centrale non perché sostituisce Suez, ma perché ridefinisce le condizioni di accesso, vulnerabilità e deterrenza nello spazio euro-atlantico.

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Riferimenti

  1. ‍Suez Canal Authority, Suez Canal Traffic Statistics Annual Report 2024. https://www.suezcanal.gov.eg/English/Downloads/DownloadsDocLibrary/Navigation%20Reports/Annual%20Reports%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B/2024.pdf

  2. ‍BELLONA Foundations, ‍The Northern Sea Route: Russia’s industrial and political expansion, its environmental costs, and Arctic shipping risks. https://network.bellona.org/content/uploads/sites/3/2025/08/The-Northern-Sea-Route.pdf

  3. R. K. Headland‍, NORTHWEST PASSAGE TRANSITS TO END OF THE 2024 NAVIGATION SEASON, Scott Polar Research Institute, University of Cambridge. https://thenorthwestpassage.info/wp-content/uploads/2024/12/NWP-Transits-2024.pdf

  4. R. K. Headland‍, NORTHWEST PASSAGE TRANSITS TO END OF THE 2025 NAVIGATION SEASON, Scott Polar Research Institute, University of Cambridge.‍ https://www.spri.cam.ac.uk/resources/infosheets/northwestpassage.pdf

  5. ‍The Artic Council, Arctic Shipping on the Rise: What Trends Can Tell Us. https://arctic-council.org/news/arctic-shipping-what-trends-can-tell-us/

  6. ‍International Maritime Organization, Polar Code. International Code for Ships Operating in Polar Waters, 2017.      https://www.imo.org/en/ourwork/safety/pages/polar-code.aspx

  7. ‍Aslesen H., Fagereng A. & Saeed N., The risks and opportunities of sailing the Northern sea route- a Norwegian stakeholder perspective, WMU J Marit Affairs (2026). https://doi.org/10.1007/s13437-026-00402-2

  8. NATO, https://www.nato.int/en/what-we-do/partnerships-and-cooperation/relations-with-finland

  9. NATO, https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/arctic-security

  10. ‍NATO, https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2024/05/23/nato-holds-first-meeting-of-critical-undersea-infrastructure-network

  11. MAECI-MD-MUR, La Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione, 2026. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2024/05/23/nato-holds-first-meeting-of-critical-undersea-infrastructure-network

  12. ‍US. DoD, 2024.  https://media.defense.gov/2024/Jul/22/2003507411/-1/-1/0/DOD-ARCTIC-STRATEGY-2024.PDF

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Materie prime critiche e sicurezza geo-economica: il ruolo dell’Europa e dell’Italia nello spazio transatlantico