Hormuz, il fronte marittimo che potrebbe decidere durata e prezzo della guerra
intervista di Guido Gargiulo
a Mitchell Belfer, Presidente dello Euro-Gulf Information Centre
Mentre il conflitto che coinvolge l’Iran entra nel suo quinto giorno, il 4 marzo 2026 - dopo i raid statunitensi e israeliani e la risposta iraniana con missili e droni contro le basi e le strutture nel Golfo - gli esperti discutono non solo di come la guerra potrebbe finire, ma anche di quanto probabilmente durerà. Questo conflitto, sostengono in molti, potrebbe dipendere meno da ciò che accade a terra o in cielo ma più da ciò che si sviluppa in mare. Lo Stretto di Hormuz, infatti, il collo di bottiglia largo circa 21 miglia che collega il Golfo Arabo al Golfo di Oman, è tornato ancora una volta a essere il teatro più critico del conflitto. In altre parole, è uno stress test per il sistema globale. Come ha osservato Mitchell Belfer, presidente dello Euro-Gulf Information Centre (EGIC):
“Da molti anni la sicurezza marittima è al centro dell’agenda strategica sia dei Paesi europei sia di quelli del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). La crisi iniziata il 28 febbraio 2026 sta mettendo alla prova le strategie di sicurezza marittima”
Parliamo di Hormuz e dei flussi energetici globali
Nel 2024 e all’inizio del 2025, ogni giorno transitavano attraverso lo stretto circa 20 milioni di barili di greggio e prodotti petroliferi - grosso modo il 20–21% del consumo mondiale di “Petroleum liquids” - insieme a quasi il 20% del GNL globale, principalmente dal Qatar. Circa l’84% del petrolio e l’83% del GNL affluivano verso i mercati asiatici (Cina, India, Giappone, Corea del Sud), ma l’impatto è inevitabilmente globale. L’Europa, pur essendo meno direttamente dipendente dal greggio del Golfo rispetto all’Asia, fa affidamento sul GNL qatarino per una quota significativa della diversificazione post-2022 rispetto al gas russo via gasdotto. Qualsiasi interruzione prolungata si riflette (e rifletterà) immediatamente sui prezzi all’ingrosso del gas in Europa e, da lì, più in generale sui costi dell’energia.
In base alle informazioni a disposizione, al 3 marzo, l’Iran non ha “chiuso” formalmente lo stretto, eppure il traffico si è quasi fermato. I resoconti parlano di un calo del 70–80% dei transiti. I dati AIS, infatti, mostrano numerose petroliere bloccate all’interno del Golfo, assicuratori che ritirano la copertura “war-risk”, e solo una manciata di navi che tentano il passaggio. Cinque imbarcazioni sarebbero state colpite negli ultimi giorni e questo elemento, assieme al mancato passaggio delle navi nello Stretto, ha fatto sì che i prezzi del petrolio siano saliti rapidamente, e gli analisti avvertono di un ritorno oltre i 100 dollari al barile se i flussi resteranno limitati per più di qualche settimana. Per l’Europa - che già affronta scorte ridotte dopo un’ondata di freddo - il rischio è amplificato: la perdita di carichi qatarini può innescare guerre di offerte con l’Asia per l’alternativo GNL statunitense o africano, spingendo i prezzi bruscamente verso l’alto. E in tal contesto Belfer colloca Hormuz dentro una geografia più ampia di colli di bottiglia sotto pressione acuta:
“Alcuni “choke point” sono sotto una pressione estrema, in questo momento, inclusi lo Stretto di Mandeb — che è a portata dei missili degli Houthi dallo Yemen — e lo Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha già limitato i movimenti delle navi per attraversare dal Mare Arabico al Golfo e viceversa”
Fonte: L’Europeista
L’arsenale marittimo asimmetrico dell’Iran
Teheran ha trascorso anni a preparare lo stretto come deterrente finale. La Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGCN) e la Marina Militare regolare dispongono di una strategia “anti-access” stratificata: migliaia di mine navali (incluse mine avanzate a risalita propulse a razzo), tre sottomarini classe Kilo di costruzione russa (classe Tareq), oltre 20 minisommergibili ottimizzati per acque basse, sciami di unità veloci d’attacco armate con missili antinave e razzi, missili costieri da crociera e balistici antinave, e capacità con droni. Questi asset sono posizionati su isole come Abu Musa e le Tunbs, e lungo una costa frastagliata che offre occultamento e profondità.
L’obiettivo che vogliono raggiungere non è il controllo del mare, ma la sua negazione: creare abbastanza incertezza, danni e ritardi da rendere la navigazione commerciale non assicurabile,e costringendo le altre marine della coalizione a una campagna costosa e prolungata di bonifica delle mine e di convogli scortati sotto minaccia costante. Tale pratica ritornerebbe in auge in quanto, durante la fase della “Tanker War” del conflitto Iran–Iraq negli anni Ottanta, l’Iran posò mine e attaccò anche il naviglio neutrale, spingendo gli Stati Uniti ad operazioni di re-imbandieramento e scorta nell’ambito dell’Operazione Earnest Will, culminate nell’Operazione Praying Mantis nel 1988, che distrusse gran parte della flotta di superficie iraniana.
La superiorità navale della coalizione — e la battaglia per lo stretto
La Quinta Flotta statunitense, con quartier generale in Bahrein (a sua volta colpita, anche se le navi erano in gran parte disperse in mare e i danni riportati sono stati limitati), porta in campo una potenza convenzionale schiacciante: carrier strike group, cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, unità per le contromisure mine, e supporto alleato dal Regno Unito, dalla Francia e da altri. Le forze statunitensi hanno dimostrato di poter neutralizzare gli asset di superficie iraniani, bonificare le mine e scortare convogli quando l’impegno politico è solido. Eppure, le capacità moderne dell’Iran - in particolare mine, sottomarini in acque ristrette e saturazione missilistica - alzano la posta ben oltre gli anni Ottanta. Una battaglia navale su vasta scala per Hormuz implicherebbe sforzi a guida statunitense per ripulire le rotte di navigazione, proteggere le petroliere, colpire i lanciatori costieri e le basi navali iraniane, e contrastare minacce subacquee e “sciami” di piccole unità.
La bonifica delle mine, da sola, è lenta e pericolosa e perfino il semplice sospetto di mine potrebbe bloccare il traffico commerciale per settimane. Se l’intenzione sarà quella di un’escalation, l’Iran potrà voler provare a imporre costi asimmetrici - petroliere affondate, unità militari danneggiate, premi assicurativi alle stelle - per un tempo che la Repubblica islamica auspica sia sufficiente a fratturare l’unità internazionale e forzare un accordo politico a condizioni favorevoli. Ad oggi, tuttavia, mine non ne sono state posate.
Questo danneggerà in modo permanente il commercio marittimo e l’interconnettività Golfo–Europa?
Quasi certamente no, in quanto il corridoio energetico tra Golfo–Europa ha superato shock precedenti: la Tanker War degli anni Ottanta, gli attacchi alle petroliere del 2019 attribuiti all’Iran, la crisi del Mar Rosso del 2023–2025. Ogni volta, il commercio è ripreso una volta rientrata la minaccia immediata. In aggiunta, esiste una limitata infrastruttura di bypass: l’oleodotto East–West saudita verso Yanbu sul Mar Rosso (capacità intorno ai 5 milioni di barili al giorno, anche se non pienamente disponibile per tutti i produttori), l’oleodotto Habshan–Fujairah degli Emirati (circa 1,5–2 milioni di barili al giorno), e opzioni irachene più ridotte. Non possono sostituire 20 milioni di barili al giorno, anche se offrono margine di manovra ai principali esportatori del Golfo mentre Hormuz è conteso.
Per l’Europa, tuttavia, lo shock nel breve periodo è reale: prezzi più alti di GNL e petrolio che alimentano inflazione e costi dell’elettricità, riducendo la competitività industriale. Tuttavia, il sistema energetico europeo si è diversificato nettamente dal 2022: maggiori importazioni di GNL statunitense, forniture norvegesi, gasdotti nordafricani e accelerazione delle rinnovabili forniscono cuscinetti. Le compagnie di navigazione, se necessario, devieranno lungo la rotta più lunga del Capo di Buona Speranza, come hanno fatto durante le interruzioni già verificatesi nel Mar Rosso, facendo salire i noli senza spezzare l’interconnettività.
Nel più lungo periodo, l’episodio potrebbe perfino accelerare misure di resilienza: maggiori investimenti in oleodotti, scorte strategiche, fornitori alternativi, e forse un rinnovato interesse per rotte terrestri o artiche. L’interconnettività marittima globale si è dimostrata straordinariamente resiliente proprio perché “strozzature” come Hormuz, Suez e Malacca sono così vitali che la comunità internazionale - spinta da importatori come Cina, India, Giappone ed Europa - si mobilita per mantenerle aperte.
Il luogo e la durata della guerra
Se il conflitto restasse prevalentemente aereo e missilistico sul territorio iraniano, potrebbe trascinarsi mentre Teheran cerca di resistere alla volontà politica di Washington e Gerusalemme. Ma qualora la sicurezza marittima diventasse l’arena decisiva — sia attraverso tentativi iraniani di stringere la morsa, sia attraverso operazioni della coalizione per mettere in sicurezza lo stretto — la pressione esterna crescerebbe rapidamente. Cina e India, due paesi dipendenti dal petrolio del Golfo per la propria stabilità economica, non tollererebbero un’interruzione prolungata. Le capitali europee, di fronte a picchi dei prezzi energetici mentre pianificano l’inverno, spingeranno per una de-escalation. La capacità della U.S. Navy di dominare alla fine lo stretto, combinata con i costi economici globali catastrofici di una chiusura sostenuta, suggerisce che qualsiasi seria fase marittima sarebbe intensa ma relativamente breve.
È in questo passaggio — dove la “battaglia per lo stretto” incrocia l’orizzonte politico della campagna più ampia — che Belfer introduce un colpo di scena strategico:
“Se la guerra navale può essere vinta relativamente in fretta, aprirà agli Stati Uniti la possibilità di condurre un’operazione di lungo periodo contro l’Iran con la prospettiva di un cambio di regime. Sì, dall’altro lato, l’Iran è in grado di proteggere i suoi “choke point” e i suoi asset navali. La guerra potrebbe in realtà concludersi più rapidamente a causa dell’interruzione dei mercati energetici internazionali e della conseguente pressione che arriverà da tutte le potenze mondiali. Quindi, ironicamente, più a lungo la marina iraniana e le sue batterie costiere riusciranno a resistere alla potenza militare americana, più in fretta le operazioni potrebbero essere chiuse.”
In definitiva, la sicurezza marittima non è un elemento di contorno di questo conflitto: è plausibilmente l’acceleratore - o il freno - della sua durata, e la garanzia ultima che, per quanto severa sia l’interruzione di breve periodo delle forniture energetiche, le arterie del commercio marittimo che collegano il Golfo all’Europa (e soprattutto al mondo) non saranno recise in modo permanente. Storia, geografia e una schiacciante disparità navale indicano tutte la stessa direzione: lo stretto riaprirà, il commercio riprenderà e il sistema energetico globale si adatterà ancora una volta, ammaccato ma intatto.
È importante ricordare che, sebbene la sicurezza marittima sia un elemento centrale in questo conflitto, le operazioni aeree continuano a dominare i titoli. L’attacco all’Ambasciata degli Stati Uniti a Riyadh, avvenuto durante la notte, evidenzia tutta la vulnerabilità di certi asset. Ma nel calcolo di tutte le dinamiche di questo conflitto, sembra che sarà il mare (nonché la capacità di accedere o negare le acque internazionali) a costituire il fattore decisivo.
Come osserva Belfer:
“La guerra dall’alto è un elemento chiave nella guerra di ritorsioni reciproche, ma è il mare che deciderà l’esito.”

