Recensione “L’Ora dei Predatori” - Giuliano da Empoli
di Lorenzo Lena
Autore: Giuliano da Empoli
Editore: Einaudi
Anno: 2025
Cosa accade quando l’algoritmo diventa più potente delle istituzioni? Quando la tecnologia più pervasiva mai creata incontra una classe dirigente che non vuole conservare l’ordine, ma incendiarlo?
È dalla pressante consapevolezza di questa frattura che prende le mosse L’ora dei predatori di Giuliano da Empoli, docente di politica comparata a Sciences Po, edito da Einaudi. Un libro che non vuole essere rassicurante e non lo è. Al contrario, mette il lettore davanti a una verità scomoda. Il potere, oggi, sta scivolando dalle mani dei moderati verso quelle di coloro che Da Empoli definisce “i Borgiani”. Personaggi tanto audaci quanto ambiziosi, in grado di rovesciare consuetudini e formalità che parevano immutabili.
Le istituzioni tradizionali appaiono come galassie stanche e ripetitive. Le Nazioni Unite, con la loro liturgia diplomatica nella sede di New York, si muovono in un universo parallelo rispetto alla brutalità del mondo reale. Le risoluzioni si moltiplicano, ma gli equilibri si decidono altrove, spesso inquadrati dalla velocità di un post o nella procedurale crudeltà di una decisione unilaterale.
E mentre le vecchie élite discutono, i nuovi Borgiani agiscono.
Copertina de “L’Ora dei Predatori” di Giuliano da Empoli. Fonte: Giulio Einaudi editore
Con un colpo di mano, il principe saudita Mohammed bin Salman ha trasformato il Ritz-Carlton di Riyadh in una prigione dorata ma efferata, per piegare le oligarchie interne e rifondare il potere saudita su basi personali. Un gesto spregiudicato e un segnale chiarissimo: l’autorità non si eredita, si conquista. In El Salvador, Nayib Bukele sospende diritti, riempie le carceri e ottiene ciò che molti governi democratici non riescono più a garantire: una sicurezza almeno apparente, per la quale è adorato da una popolazione che vede crollare il tasso di omicidi. È autoritarismo o pragmatismo radicale? La domanda resta sospesa.
E poi c’è Donald Trump. Con il suo ritorno alla Casa Bianca, più ancora che nel primo mandato, ha spalancato la porta a una nuova grammatica del potere occidentale. Una grammatica fatta di rotture, polarizzazione, sfida aperta agli equilibri multilaterali. Attorno a lui orbitano leader come Javier Milei e Viktor Orbán, interpreti di una stagione che non cerca compromessi ma vittorie totali.
Ma la spregiudicatezza politica è solo una delle prospettive da comprendere.
Il salto di qualità avviene quando l’assenza di regole si salda con l'ascesa dei nuovi “conquistadores del digitale.” La tecnologia non è più semplice strumento, ma moltiplicatore di potenza.
I giganti del tech che corteggiano il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Fonte: The New York Times
Elon Musk è il riferimento mediatico, ma non è stato il primo. Rappresenta un passaggio culturale e politico dall’orbita liberal-progressista della Silicon Valley (si può ricordare Eric Schmidt, che ha lasciato Google per collaborare alla rielezione di Barack Obama nel 2012) a un dialogo sempre più stretto con il campo repubblicano e sovranista. È qui che Da Empoli inserisce uno dei passaggi più suggestivi — e forse più discutibili — del libro: il richiamo a Curzio Malaparte e alla sua Tecnica del colpo di Stato.
La Rivoluzione d’Ottobre non avrebbe trionfato assaltando frontalmente il cuore politico del potere in Russia, ma vi è riuscita occupando i suoi gangli tecnici: stazioni ferroviarie, centrali elettriche, nodi nevralgici dello Stato. Una lettura che semplifica inevitabilmente la complessità del 1917, ma che contiene un’intuizione ancora attuale.
Oggi il potere viene eroso ai fianchi. Non si sfida direttamente il centro politico; lo si svuota di significato spostando altrove la leva decisionale. Le piattaforme digitali, i sistemi di comunicazione di massa, gli algoritmi di distribuzione dell’attenzione diventano i nuovi snodi strategici.
La combinazione tra leader politici Borgiani e imprenditori tecnologici è potente ma instabile. Le tensioni — si pensi alle frizioni pubbliche tra Donald Trump e lo stesso Musk — mostrano quanto questa alleanza sia opportunistica più che strutturale. Eppure, anche nella conflittualità, essa produce un effetto dirompente: disarticola lo status quo.
Il risultato è una sorta di terra di nessuno. Uno spazio politico e digitale in cui le regole precedenti appaiono superate, i trattati sembrano residui di un’altra epoca e le forme istituzionali perdono centralità (basti pensare al ruolo assolutamente sproporzionato assunto da personaggi come Jared Kushner e Steve Witkoff, in alcun modo parte delle strutture di potere tradizionali).
In questo vuoto normativo, chi riesce a imporsi può farlo con margini di manovra impensabili solo pochi anni fa. Ed è forse qui che si coglie la tesi più forte del libro: la portata dirompente delle nuove tecnologie non sta tanto nel loro output tecnico — l’innovazione, l’efficienza, la produttività — quanto nella loro risultanza politica e sociale.
La tecnologia ridefinisce i rapporti di forza prima ancora di produrre risultati concreti. Sposta il baricentro del potere, altera i tempi della decisione, predispone nuovi vincitori.
Non cambia solo ciò che possiamo fare. Cambia chi può comandare.
Fonte: Open Democracy

