Origini e recenti sviluppi delle relazioni tra Italia e Albania: Due punti di vista, un’unica prospettiva
di Daniela Castaldo
“E Radio Tirana trasmette
musiche balcaniche, mentre
danzatori bulgari
a piedi nudi sui bracieri ardenti.”
Premessa
Ci sono storie che non hanno vita a sé e che da sole non potrebbero essere comprese. Per raccontarle e ricordarle occorre partire dai loro intrecci, dalle loro commistioni culturali, sociali ed economiche. Le relazioni tra Italia e Albania rispondono a tale necessità. Non si tratta solo di “vicinato geografico”, ma di storie che condividono radici comuni, relazioni evolutesi nel corso dei secoli che non hanno mai smesso di esistere. Storie che, come un ordito intessuto da tanti fili, corrono tangenti e parallele su un unico telaio. Persino il lungo periodo di rigido isolamento imposto dal regime di Hoxha, pur svelando le oggettive difficoltà italiane da un lato e le fragilità dell’Albania dall’altro, non ha potuto cancellare la memoria di quelle mutue relazioni e la speranza di un futuro caratterizzato da obiettivi condivisi. Anche quando Radio Tirana [1] rappresentava l’unico strumento attraverso cui immaginare l’altro, quel Paese, così vicino [2] ma al contempo immerso in un contesto geopolitico inconciliabile, non ha smesso di ricoprire un ruolo imprescindibile nel nostro racconto. Un racconto che, col tempo, ha superato la dimensione bilaterale, per fondersi con le storie dei popoli del vecchio continente. Le sfide del passato hanno ceduto il passo alle trasformazioni necessarie per sentirsi, a pieno titolo, parte del progetto europeo, obiettivo che oggi richiede un ulteriore rafforzamento delle relazioni tra le due sponde dell’Adriatico [3].
[1] Alberto Cutillo, ambasciatore d’Italia in Albania dal 2015 al 2020, nell’introduzione al volume di Paolo Rago dichiara “A livello personale, serbo un ricordo vivo di Radio Tirana quando, verso la fine dei lunghi pomeriggi estivi, nella casa di famiglia di mia madre, in Basilicata, avevamo preso l’abitudine di riunirci alle 19 per ascoltare il bollettino in lingua italiana” p. VI, P. Rago, (2017) Una pace necessaria. I rapporti italiano-albanesi nella prima fase della guerra fredda.
[2] Alfred Moisiu, Presidente della Repubblica d’Albania dal 2002 al 2007, afferma: “In Albania citiamo spesso un vecchio proverbio «puoi scegliere l’amico e il compagno, ma il vicino te lo dà Dio» Ivi, p. XIX.
[3] “Personalmente, ricordo con commozione i primi momenti dell’epocale cambiamento avvenuto in Albania quando, sfidando la paura e sognando ad occhi aperti, moltissimi cittadini gridavano per le strade di Tirana «rendiamo l’Albania come l’Europa», ribadendo con queste parole un profondo desiderio di appartenenza alla storia continentale, largamente condiviso”. Ivi, p. XV.
Dall’indipendenza alla caduta del regime comunista: Storia di un connubio
Per Tzvetan Todorov, “ogni individuo è pluriculturale, la sua cultura non assomiglia a un’isola monolitica, ma si presenta come il risultato di alluvioni che si sono incrociate”. Tale affermazione può fungere da possibile chiave di lettura per comprendere la vera essenza dei rapporti tra le due sponde dell’Adriatico, nonché le peculiarità del contesto in cui si sono sviluppati. Le loro comunità testimoniano, infatti, l’inefficacia delle teorie volte a circoscrivere la complessità e l’influenza delle commistioni storico-culturali. Le relazioni tra i due Paesi, oltre a tradursi in scambi culturali e commerciali, hanno beneficiato della “mescolanza” tra popolazioni dovuta anche alla presenza di comunità albanesi in Italia.
Proprio la multiculturalità ha rappresentato un terreno comune su cui confrontarsi. Tale confronto, le cui origini antiche risalgono all’epoca romana, si è storicamente intensificato con l’inizio del processo di decadenza dell’Impero Ottomano e con la presa di coscienza da parte della popolazione albanese, intenta a nutrire, con ritrovata audacia, le assopite aspirazioni indipendentiste che il Congresso di Berlino nel 1878 tentò di ignorare. Le spinte nazionaliste dell’Albania furono ben presto sostenute da un’Italia costretta a fare i conti con i fallimenti della politica coloniale e, al contempo, a scontrarsi con le spinte espansionistiche dell’impero austro-ungarico, potenziale rivale nei Balcani [4]. L’Albania fungeva da porta di accesso per il controllo del mare Adriatico [5] e per sostenere tale missione e arginare la competizione con l’Impero austro-ungarico, l’Italia promosse una graduale penetrazione economica e culturale nel Paese. Con l’indipendenza dell’Albania nel 1912-13, il governo di Roma continuò ad impegnarsi per la sua integrità, cercando di respingere le rivendicazioni di Serbia e Grecia. La conferenza degli ambasciatori nel 1921, basandosi sul principio di balance of power, ribadì, senza apportare decisive modifiche ai confini, l’indipendenza dell’Albania, affidando a Germania, Austria, Francia, Inghilterra, Italia e Russia il compito di preservarla.
Il lungo “periodo di potere personale di Zog” [6] e l’avvento del fascismo segnarono un cambiamento di rotta, mettendo in discussione il complesso equilibrio, fino ad allora garantito da azioni di soft power, tra interessi nazionali e aspirazioni albanesi. Il governo fascista, dopo aver affrontato la crisi scaturita dal delitto Matteotti, cercò di utilizzare a proprio vantaggio l’apertura di Zog, volta a contrastare l’influenza della Jugoslavia, per assumere un ruolo sempre più preminente nei Balcani. Oltre a promuovere una serie di interventi economici e militari, Mussolini intendeva inglobare, a pieno titolo e in modo naturale, il “trofeo albanese” nei suoi piani imperialisti. Tale disegno divenne “necessario” all’indomani dell’occupazione di Praga e dell’invasione della Polonia che diedero avvio alla Seconda guerra mondiale. Per controbilanciare i “rapidi successi” di Hitler e contenere l’espansione della Germania nei Balcani [7], occorreva promuovere un’occupazione diretta dell’Albania [8]. Mussolini non intendeva però annientarla, bensì farne una sorta di “appendice italiana” fondata sull’ideologia fascista. Il 16 aprile 1939, con la proclamazione dell’unione delle due corone, si concluse ufficialmente il periodo d’indipendenza dell’Albania.
[4] Con l’accordo di Monza del 1896, l’Italia e l’Austria-Ungheria assunsero l’impegno di favorire l’autonomia dell’Albania oppure, in caso di impossibilità, di mantenere il suo status quo. A. Folco Biagini, (2005) Storia dell’Albania contemporanea. p. 98.
[5] G. Villari, (2020) L’Italia in Albania 1939-1943. p. 16.
[6] A. F. Biagini, Storia dell’Albania contemporanea. p. 146.
[7] P. Rago, Una pace necessaria. I rapporti italiano-albanesi nella prima fase della guerra fredda. pp. 9-10.
[8] A. F. Biagini, Storia dell’Albania contemporanea. p. 160.
Oltre ai cambiamenti istituzionali, furono promossi ingenti investimenti nel Paese attraverso la costruzione di infrastrutture e opere pubbliche. Fu promossa anche la “fascistizzazione” della società attraverso l’istituzione di organizzazioni giovanili e culturali. L’intento era quello di frenare gli slanci nazionalisti, le ostilità e la diffidenza verso i progetti italiani. I risvolti internazionali [9] e l’esacerbarsi della crisi economica contribuirono ad alimentare, tuttavia, la resistenza antitaliana, divisa in due fazioni: quella nazionalista, rappresentata dal movimento Balli Kombëtar, e quella comunista, rappresentata dal Partito Comunista albanese [10]. Le repressioni armate da parte italiana ebbero come effetto quello di unire le diverse forze in campo e tutti coloro che si opponevano al fascismo attraverso la costituzione di un movimento di liberazione nazionale. In seguito alla capitolazione dell’8 settembre 1943, la presenza dell’esercito tedesco sul suolo albanese (1943-1944) e le sue offensive rafforzarono i consensi e l’influenza del nascente Partito comunista, guidato da Enver Hoxha. La fine della Seconda guerra mondiale, con la divisione dell’Europa in blocchi antagonisti, decretò l’emergere di nuove sfide legate alla complessa “rielaborazione” delle ferite inflitte dalla politica imperialistica, dall’occupazione e dalle riparazioni belliche, ma anche al progressivo deteriorarsi degli storici rapporti tra i due Paesi.
Il ruolo da protagonista rivendicato dall’Italia nel preservare lo status quo dell’Albania e, nel contempo, guidarla verso la crescita e lo sviluppo risultò fortemente compromesso. Nella prima fase della guerra fredda, infatti, il complesso delle relazioni bilaterali fu influenzato e fortemente ridimensionato da una serie di condizionamenti esterni, a partire dalle decisioni americane in chiave antisovietica [11], che costrinsero Roma a rinunciare al disegno politico volto a promuovere una politica balcanica priva di condizionamenti e a farsi garante di un “paziente esercizio di equilibrio.” Riconoscendo l’importanza dei “rapporti passati e delle future possibilità” [12], l’Italia cercò di sostenere azioni volte a preservare e incoraggiare la collaborazione tra i due Paesi. Alle difficoltà italiane, l’Albania rispondeva mostrando le proprie fragilità legate al rapporto complicato instaurato con Mosca e al fondato rischio di isolamento. Nonostante la morte di Stalin nel 1953 avesse contribuito ad eliminare alcuni condizionamenti [13], i rapporti tra Italia e Albania erano ancora ben lungi dall’auspicabile percorso di normalizzazione, soprattutto dal punto di vista diplomatico.
[9] “L’atteggiamento italiano sarebbe cambiato con i primi rovesci italiani nella campagna contro la Grecia e poi con l’attacco hitleriano all’Unione Sovietica che dette vigore in Albania al movimento comunista. La politica economica dell’Italia in Albania inoltre avrebbe rivelato con l’andar del tempo una serie di inconvenienti. La ricchezza finiva nelle mani di pochi e non migliorava il livello di vita delle masse oltre una certa soglia.” A. F. Biagini, Storia dell’Albania contemporanea. pp.15-20.
[10] X. Bleta, (2024/2025) Il mutamento delle relazioni bilaterali tra Italia e Albania: dalle radici storiche agli accordi contemporanei, p. 17.
[11] Tra queste, l’operazione “Deep Rock” che prevedeva lo schieramento di missili balistici in Puglia. P. Rago, Una pace necessaria. I rapporti italiano-albanesi nella prima fase della guerra fredda. pp. 50-51.
[12] Ibidem.
[13] Un primo segnale di ripresa dei rapporti italo-albanesi fu rappresentato dalla ripresa degli scambi commerciali, sancita dalla sottoscrizione di un apposito accordo commerciale avvenuta il 17 dicembre 1954. Ivi, pp. 98-99.
Anche quando, tra il 25 novembre e il 3 dicembre 1961, si consumò la rottura definitiva tra Tirana e Mosca, l’Italia accantonò velocemente l’idea di recuperare un ruolo determinante approfittando del conflitto e continuò ad adottare un approccio di low profile orientato verso l’obiettivo di preservare l’indipendenza dell’Albania, proprio come era avvenuto in passato. Tale scelta, che aveva come controindicazione il necessario appoggio al regime autoritario di Hoxha, fu alimentata dalla constatazione del distacco degli Alleati nei confronti del problema albanese [14]. Le tensioni e le rivalità tra i due blocchi della Cortina di ferro, in quegli anni, seguivano logiche e traiettorie diverse. Il distacco dall’Urss, inoltre, pose le basi per l’isolamento dell’Albania dal resto d’Europa, una condizione che risultò conveniente per le potenze occidentali [15]. D’altro canto, Tirana, dopo la rottura con l’Urss, non mostrò una totale apertura e accolse l’attenzione dell’Italia con lo stesso sospetto che aveva alimentato i rapporti tra i due Paesi dalla fine della guerra e della politica imperialistica. Ciò nonostante, l’Italia cercò di preparare il terreno per favorire una normalizzazione dei rapporti proponendo agli americani una dichiarazione sul mantenimento dello status quo nell’area balcanica [16], soluzione che non trovò però il loro appoggio.
Quando anche i rapporti con Pechino cominciarono a raffreddarsi, l’Italia pensò di sfruttare a proprio vantaggio questa fase di incertezza per proporsi nuovamente come valido interlocutore del regime di Hoxha, rilanciando e ampliando accordi commerciali, ma anche il programma di scambi culturali. Tale “politica dei piccoli passi”, pur imponendo caute e pazienti relazioni diplomatiche, rappresentava una possibile soluzione all’impasse che avvolgeva i due Paesi e riaccendeva le speranze su un rinnovato ruolo dell’Italia nell’area [17]. Una vera svolta però era ben lungi dal concretizzarsi in quanto una corretta “politica di buon vicinato” sembrava l’unico collante possibile e “tollerato” da un’Albania restia ad impegnarsi e partecipare attivamente a consessi e sistemi di alleanze [18]. Il regime di Hoxha era sempre più orientato verso l’isolamento, condizione alimentata dal complesso dell’accerchiamento [19] e realizzata attraverso repressioni e censura di ogni contaminazione possibile. Il rifiuto verso ogni forma di “coagulazione internazionale” non “tutelò” del tutto Tirana che, soprattutto all’indomani della conferenza di Helsinki, fu costretta ad accettare gli effetti della distensione e a promuovere una convivenza pacifica con regimi e sistemi ideologici diversi.
Nonostante qualche “timido” segnale di apertura, l’Albania rimase, sino alla morte di Enver Hoxha, isolata e “chiusa nei bunker disseminati su tutto il territorio”, soprattutto in termini di aiuti e di investimenti. Il successore di Hoxha, Ramiz Alia, cercò di favorire un’apertura nei confronti della comunità internazionale e di promuovere riforme democratiche, ma la crisi economica e la disperazione imperversavano. Le ferite della guerra e il ricordo dell’imperialismo furono superati da un inevitabile riavvicinamento all’Italia, condizione non deliberata dai governi ma scaturita da uno degli avvenimenti più drammatici che hanno segnato la storia dei due Paesi. Il disperato rifiuto di un presente privo di prospettive rappresentò la leva per unire, inevitabilmente, le due sponde dell’Adriatico. L’immagine della nave Vlora, con quasi 20.000 persone [21] mosse da sete di speranza e di riscatto, è parte di quella narrazione comune che da quel momento in poi ha raccontato, in maniera diversa, le relazioni tra Italia e Albania.
[14] Ciò nonostante, secondo la relazione del ministro plenipotenziario Pani, durante un incontro con il primo ministro Fanfani e con il ministro degli Affari Esteri Segni, il Presidente Kennedy aveva dato indicazione che l’Italia divenisse l’unico Paese ad occuparsi dell’Albania in modo da allontanare quest’ultima dal campo socialista. P. Rago (2017) Una pace necessaria. I rapporti italiano-albanesi nella prima fase della guerra fredda. pp. 123-124.
[15] “Hoxha sopravvisse proprio perché la sua sostituzione avrebbe rappresentato un problema complesso e, fondamentalmente, perché seppe mantenere una posizione conveniente anche per l’Occidente, vale a dire la conservazione dell’inimicizia con l’Unione Sovietica e la Jugoslavia”. Ivi, p. 92.
[16] “L’occasione durante la quale rilasciare tale dichiarazione, poteva essere fornita dalla visita a Belgrado del vicesegretario di Stato americano, Nicholas Katzenbach. Il Dipartimento di Stato non appoggiò tale proposta in quanto non valutava l’Albania in una condizione di particolare pericolo. Ciò nonostante, Washington s’impegnò a inserire la RPA [Repubblica Popolare Socialista d'Albania] in un nuovo contingency plan”. P. Rago (2019) Gli anni della distensione. Le relazioni italiano-albanesi nella fase centrale della guerra fredda. p.44.
[17] In occasione della Fiera internazionale di Milano del 1970, Aldo Moro, presentandosi allo stand albanese, pronunciò le seguenti parole: “Le relazioni tra i nostri due Paesi sono buone. Come Paese vicino auguro al vostro Paese ulteriore sviluppo. Desidero che tra i nostri due Paesi, nonostante i diversi sistemi sociali, si trovino forme di collaborazione per ulteriori sviluppi, e a questo fine sarei lieto di poter dare il mio aiuto, sempre rispettando le norme internazionali.” Ivi, p. 258.
[18] “Una politica, quella di Tirana, difficilmente inquadrabile, che rifiutava le appartenenze alle grandi potenze, ma anche il concetto di non allineamento o l’inclusione nel terzo mondo, per non parlare del neutralismo. A conferma di ciò, si evidenzia che l’Albania fu l’unico Stato europeo a non prendere parte alla conferenza di Helsinki nel 1975.” Ivi, p.66.
[19] “Il più che trentennale regime si sente e si dichiara assediato e proietta la pesante ombra della propria inquietudine esistenziale sull’intero Paese”. Ivi, p. 143.
[20] L’Albania, pur non essendo esplicitamente nominata, fu comunque inclusa nelle conclusioni della conferenza e nelle dichiarazioni contenute nell’atto finale «The participating States declare their intention to conduct their relations with all other States in the spirit of the principles contained in the present Declaration”. Ivi, p. 122.
[21] X. Bleta, Il mutamento delle relazioni bilaterali tra Italia e Albania: dalle radici storiche agli accordi contemporanei. p. 21.
Cooperazione e supporto italiano al processo d’integrazione europea
Il riavvicinamento tra i due Paesi fu caratterizzato da una serie di iniziative e accordi volti a promuovere la cooperazione politica, economica, sociale. Dopo il crollo del regime comunista, l’Italia dovette far fronte al collasso dell’economia albanese e del reddito pro-capite e alla conseguente emigrazione. Il governo italiano fu indotto a organizzare la missione umanitaria Italfor Pellicano con l’obiettivo di stabilizzare l’area, consegnare aiuti umanitari e fermare gli esodi di massa. Benché la missione avesse contribuito a tamponare l’emergenza, una soluzione definitiva sembrava ancora ben lungi dall’essere individuata.
Da queste premesse, confermate dalla seconda crisi nel 1997, emerse la necessità di un’azione di più ampio respiro in grado di coinvolgere anche i Paesi dell’Ue e dell’Osce. Nacque così la missione Alba, guidata dall’Italia che, anche grazie al precedente intervento, aveva acquisito una conoscenza del Paese e delle condizioni in cui versava. La leadership italiana contribuì notevolmente alla stabilizzazione del Paese e, all’interno della cornice multinazionale, riuscì a condividere rischi e costi economici. Alla fine del secolo scorso, l’Italia guidò una terza missione, Arcobaleno, che si poneva come obiettivo l’assistenza dei profughi in Albania [22] a seguito della guerra in Kosovo nel 1998-1999.
Gli anni 2000 furono invece caratterizzati dall’implementazione di una strategia a lungo termine volta a favorire e guidare la transizione democratica, il rafforzamento istituzionale e il processo delle riforme. I rapporti di collaborazione e buon vicinato [23], basati sui principi di “sovranità, integrità territoriale, parità di diritti, dignità umana e rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo”, rappresentarono la cornice all’interno della quale promuovere una politica di sostegno per lo sviluppo dei settori strategici del Paese quali imprenditoria, agricoltura e cultura [24].
[22] Gli sforzi per sostenere i profughi furono riconosciuti anche dalla comunità internazionale, come testimoniano le parole pronunciate da Tony Blair: “We know that Albania is paying dearly for the crisis in the region, and we are ready to help build up a better future for Albania, which we see from the point of view of the relations between the EU and NATO. I believe that a solution to the conflict in Kosovo could be a turning point for Albania and the whole Balkan region, a new start based on common values” G. Mosca, (2021/2022) Il processo d’integrazione europea dell’ Albania. p.22.
[23] Le relazioni tra Italia e Albania furono formalizzate con la ratifica, nel 1995, del Trattato di amicizia e collaborazione tra i due Paesi, basato sulla condivisione dei valori universali di libertà, democrazia e pluralismo.
[24] Cooperazione Italiana allo sviluppo, Ministero Affari Esteri, La cooperazione italiana in Albania. p. 6
L’Albania ha progressivamente abbandonato il suo status di “Paese in crisi”, divenendo un vero e proprio partner strategico con cui stabilire un rapporto fondato sulla complementarità e condivisione di sfide comuni. A tal proposito, l’Italia, sin dal 2009, supporta lo sviluppo diffuso e sostenibile dell’imprenditoria locale attraverso un programma che offre alle piccole-medie imprese forme agevolate di accesso al credito, favorendo innovazione, creazione di nuova occupazione e rigenerazione urbana [25]. Il Programma di modernizzazione agricola finanziato dalla Cooperazione Italiana prevede invece interventi che mirano a favorire un’efficace gestione dei sussidi agli agricoltori, nonché a promuovere un sistema assicurativo per la copertura dei rischi. Un altro ambito privilegiato di cooperazione è costituito dalle relazioni culturali tra i due Paesi, soprattutto nell’ambito della conservazione del patrimonio artistico, della memoria e delle radici comuni [26].
L’ultimo atto della rinnovata collaborazione tra le sponde dell’Adriatico è rappresentato dall’“Accordo Quadro G2G” [27] del 13 novembre 2025, in materia di cooperazione strategica nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’energia, dell’ambiente, della sicurezza e dell’industria della difesa, della gestione delle migrazioni, dell’educazione, dell’innovazione, della diaspora, della trasformazione economica e della crescita intelligente. Tale accordo, frutto di un negoziato avviato nel giugno 2025, persegue l’obiettivo di rafforzare la collaborazione bilaterale e di rinnovare l’impegno dell’Italia nel sostenere il progressivo avvicinamento dell’Albania all’Unione europea [28]. Il coinvolgimento dell’Albania nei consessi europei rappresenta una sfida anche per l’Italia, che ha sempre cercato di favorire una stabilizzazione della regione e fungere da punto di riferimento. Anche altri Stati membri hanno affermato l’intento di “favorire il consolidamento della democrazia e dare il proprio risoluto sostegno al processo di riconciliazione e cooperazione tra i Paesi balcanici” [29].
[25] Cooperazione Italiana allo sviluppo, Ministero Affari Esteri, La cooperazione italiana in Albania. p. 8
[26] Un esempio di partnership culturale è rappresentato dal memorandum d’intesa tra la Fondazione MAXXI e la Galleria Nazionale delle Arti di Tirana che promuove una collaborazione triennale (2025-2028) per la gestione del principale museo di arte moderna e contemporanea d’Albania.
[27] Fonte: governo.it
[28] Tale mission fu sancita dal Trattato di amicizia e collaborazione tra la Repubblica italiana e la Repubblica di Albania che all’art. 6 recitava: “Le Parti contraenti opereranno individualmente e/o congiuntamente per far sì che l’Europa acquisti sempre più il carattere di una comunità di Stati fondata sulla convivenza pacifica e sulla collaborazione tra i popoli che la compongono”. Ambasciata d’Italia a Tirana.
[29] Dichiarazione finale, Zagreb Summit, 24 novembre 2000. Consiglio dell’Unione europea.
Tuttavia il percorso di integrazione dell’Albania, dopo la presentazione della candidatura alla membership europea nel 2009 [30], è stato piuttosto lungo e tortuoso e ha richiesto importanti riforme. Nell’ultimo report [31], la Commissione europea riconosce l’impegno politico delle autorità albanesi nel perseguire l’obiettivo strategico dell’integrazione, considerato come priorità fondamentale del Paese. Sono diversi i clusters nei quali si è raggiunto un buon grado di allineamento alle politiche UE, ma l’obiettivo di adesione entro il 2030 è ancora costellato di criticità. Partendo da una valutazione delle elezioni parlamentari tenutesi l’11 maggio dello scorso anno, si ravvisa un complessivo ammodernamento istituzionale e coinvolgimento degli organi costituzionali nel processo di adesione all’UE. Questi progressi però non hanno ancora avuto un impatto significativo sulla polarizzazione politica, sull’assenza di dialogo e sugli scontri tra maggioranza e opposizione che continuano a incidere sull’attività parlamentare e a limitare i processi di consultazione pubblica.
Il Parlamento è inoltre ostacolato da un controllo limitato sull’esecutivo e dalla politicizzazione delle nomine parlamentari ai vertici degli organi costituzionali o delle istituzioni indipendenti. Le organizzazioni della società civile operano in un contesto parzialmente favorevole ma sono costrette ad affrontare difficoltà legate ai limitati finanziamenti pubblici, alle narrazioni negative e alle campagne diffamatorie. In ambito giudiziario, l’Albania ha compiuto notevoli progressi, sebbene i tentativi da parte di funzionari pubblici o politici di esercitare indebite interferenze e pressioni sul sistema giudiziario restino motivo di preoccupazione. Inoltre, nonostante le molteplici azioni di contrasto e l’adozione di un’apposita strategia (2024–2030), la corruzione rimane diffusa nei settori vulnerabili, incidendo sia sulla sfera pubblica sia su quella privata. Il quadro istituzionale per la prevenzione della corruzione continua ad avere un impatto limitato e il coordinamento con le forze dell’ordine resta debole. La lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata continua, pertanto, ad essere un obiettivo attenzionato dalla Commissione europea [32], nonché un traguardo al quale si ispira la sottoscrizione, nel novembre 2023, di un memorandum d’intesa tra il Ministero di Giustizia di Tirana e l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) [33].
In materia di diritti fondamentali, un risultato importante è stato raggiunto con l’adozione di una nuova legge sulla protezione dei dati personali, pienamente allineata all’acquis dell’Unione europea, nonché con l’attuazione di normative relative all’uso delle lingue minoritarie, in linea con gli standard europei. Permangono problematiche relativamente alla libertà e al pluralismo dei media, il diritto di proprietà e i diritti delle minoranze. Uno dei cluster che tuttora richiede progressi è il funzionamento del mercato interno e, in particolare, il libero movimento dei lavoratori. In tale ottica, la stipula, nel febbraio 2024, dell’accordo bilaterale fra Italia e Albania sulla sicurezza sociale rappresenta un importante push factor. Vengono infatti regolamentate le prestazioni pensionistiche e le indennità di disoccupazione, malattia e maternità di coloro che esercitano o hanno esercitato un’attività subordinata o autonoma nei due Stati.
Nonostante i passi ancora da compiere, il processo di accelerazione, scandito dalla fiducia della Commissaria Marta Kos “Albania is the best example of the transformative power of enlargement…it shows that when you deliver, you progress”, sembra aver reso possibile il raggiungimento dell’obiettivo di adesione entro il 2030 e archiviato il lungo periodo di stallo e di candidatura in stand-by. L’Albania, in questa corsa verso l’integrazione, ha potuto “beneficiare” anche degli effetti collaterali della guerra in Ucraina che ha acceso i riflettori su future candidature ma anche sui Balcani. Oltre a compiere una scelta strategica volta a sottrarre la regione dalla sfera di influenza russa, l’Ue ha dovuto fare i conti con la sua stessa credibilità e affrontare la sua “paura da allargamento”. Ma su quali consapevolezze e percezioni si fonda questa rinnovata apertura verso l’Albania e i Balcani in genere? L’espressione “balcanizzare” continuerà ad essere sinonimo di divisioni e frammentazioni?
[30] Nel 2009 è stato altresì ratificato l’accordo di stabilizzazione e di associazione che definisce il quadro generale delle relazioni con l'UE. Tale accordo vige parallelamente ai negoziati di adesione all'UE.
[32] “Now is the moment to accelerate, especially in critical areas such as justice reform, judicial independence, and the fight against corruption”. Dichiarazione dell’European Commissioner for Enlargement, Marta Kos, durante la settima conferenza intergovernativa Eu-Albania.
[33] G. Kajana, (2024) Italia – Albania: una relazione a direzione UE, p. 8.
Conclusioni: Le prossime sfide in un momento decisivo
La Figura mostra il livello complessivo di interconnessione dell’Albania con l’UE, la Cina, gli Stati Uniti e la Russia dal 2010 al 2023. L’interconnessione è misurata attraverso il punteggio GEOII combinato, che include tutti i pilastri dell’interconnessione economica, finanziaria e politica. Fonte: European Centre for International Political Economy.
“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”. Tale massima di Gregory Bateson rappresenta una possibile chiave di lettura delle relazioni tra Italia e Albania rafforzatesi proprio quando l’affermazione della leadership ha ceduto il passo agli sforzi per costruire una visione comune, basata sulla consapevolezza della diversità. L’esperienza recente ha dimostrato che una collaborazione duratura non può che emergere dalla condivisione di scelte strategiche radicate nel presente ma proiettate verso il futuro.
Come illustrato nel corso della trattazione, il connubio tra i due Paesi si è rivelato “storicamente efficace” quando ha saputo ritagliarsi uno spazio nei consessi europei ed internazionali, abbandonando approcci e interessi unilaterali. All’indomani della caduta del regime comunista, entrambi i Paesi hanno infatti compreso che, per imprimere una svolta nelle loro relazioni ed evitare i momenti di stop and go susseguitisi in passato, sarebbe stato necessario interagire all’interno di una cornice più ampia. L’Europa è stata pertanto un approdo necessario, “una questione di vita o di morte per l’Albania e per tutti i Paesi balcanici” [35], ma anche per le relazioni con l’Italia.
Il principio di condizionalità e il raggiungimento degli obiettivi in linea con l’acquis comunitario hanno dato, infatti, impulso anche alla cooperazione tra le due sponde dell’Adriatico. I cluster che richiedono maggiori progressi ed impegno da parte dell’Albania rappresentano anche i pilastri degli accordi bilaterali siglati negli ultimi anni. Le mutue relazioni fungono pertanto da “terreno” su cui confrontarsi per far fronte alle sfide europee. Tali sviluppi hanno consentito all’Italia di diventare un riferimento nel processo di integrazione e all’Albania di beneficiare del supporto di un membro storico in grado di mediare nei momenti caratterizzati dalle battute d’arresto e dalla “prudenza” da parte dell’Ue.
Supportata dalla consapevolezza delle commistioni storiche, culturali, sociali che uniscono da sempre i due Paesi, l’Italia dovrebbe preservare e rafforzare questo ruolo di “interlocutore privilegiato”, di guida nel cammino europeo. Dovrebbe farsi altresì garante di una narrazione diversa sull’Albania e sull’intera regione, contribuendo al superamento della visione che considera i Balcani come un’area complessa e difficile da interpretare. Lo sviluppo di una politica estera che attinga da un nuovo racconto dell’altro darebbe ulteriore impulso al processo di integrazione europea, consentendo di superare l’“impasse da allargamento” e di vivere l’adesione dell’Albania come un’opportunità concreta e strategica per Bruxelles.
Una possibilità che però richiede audacia e accelerazione. Nel dibattito sull’allargamento, l’Albania è spesso descritta come un “low-hanging fruit”, un paese facilmente accessibile e già fortemente integrato con l’UE, come dimostrato dal Geoeconomic Interconnectivity Index (GEOII) [36]. Ciò nonostante, non bisogna abbassare la guardia. Sul fronte europeo, occorre evitare di ripetere gli errori del passato e scongiurare il rischio che il processo di adesione possa perdere slancio. Per consolidare i progressi albanesi, l’UE dovrebbe infatti accelerare i negoziati e fornire l’assistenza tecnica e finanziaria necessaria. L’Albania, pur essendo stata in grado di superare un’eredità storica pesante e di allinearsi sempre più agli standard europei, deve continuare ad impegnarsi per sciogliere nodi strutturali, tra i quali economia sommersa, corruzione, vulnerabilità giudiziaria, fuga di competenze. L’Italia, dal canto suo, dovrebbe invece continuare a stipulare accordi bilaterali di lungo periodo, funzionali alle proprie relazioni ma anche alla causa UE, in settori strategici ancora poco esplorati [37].
Per l’Albania, ma anche per l’Italia e per l’UE, il momento di agire non è più procrastinabile!
[35] Ismail Kadare, intervista per Repubblica.
[36] Indice che misura l’intensità dei rapporti commerciali, finanziari e normativi tra l’UE e i Paesi vicini. European Centre for International Political Economy.
[37] Tra questi, l’approvvigionamento dei critical raw materials (CRMs) rappresenta una sfida ambiziosa volta a ridurre le dipendenze esterne, raggiungere obiettivi climatici, digitali e favorire la competitività industriale.

